“The captain is happy to inform that we are
perfectly landed in Venice Marco Polo
airport, have a good day”.
Le cinture si slacciano, e I passeggeri si
affannano a ritirare le borse per avviarsi verso l’uscita. Mi aspettano mamma e
papà all’uscita, al ritiro bagagli li intravedo ad attendermi, in mezzo alla
folla con i cartelli per farsi notare dalle persone indicate. Sono molto contenti, e lo sono anch’io, dopo trenta
ore di viaggio sono molto felice di vedere delle facce conosciute.
“Come è andato il viaggio? Allora, com’era
l’India?” Difficile dare una risposta alla seconda domanda: troppi ricordi, troppi stimoli, troppe
emozioni per tradurre tutto in un aggettivo.
Salgo sulla macchina, paghiamo il parcheggio alla
biglietteria automatica e via in autostrada. Mia madre mi chiede se posso
alzare il finestrino, perché l’aria le da fastidio. Superiamo un autobus, lo
guardo scorrere accanto all’auto: motore, ruote, finestrini, porta automatica
Aspetta: finestrini e porta automatica?
E di colpo ritorno indietro, i ricordi mi
ricatturano.
Silenzio. La prima cosa che mi ha colpito è stato
il silenzio, nelle strade e nei marciapiedi. Maledicevo il rumore costante di
clacson, ora mi sorprendo per la sua
assenza. I finestrini chiusi, persone che si preoccupano per l’aria corrente. In
autostrada vedo Autogrill dove mi sarei aspettato di trovare baracchini di
frittolino, caffè e chai.
Il giorno successivo, camminando per le strade di
Padova, provo una sconcertante sensazione, che non provavo dai primi giorni di
luglio, lo spaesamento. Una sensazione inaspettata, che dopo i primi tempi in
India avevo quasi dimenticato. Mi sembra quasi insolito sentire in bocca il
sapore dell’umidità, invece di quello della sabbia.
Quanto tempo passerà ancora, prima che i ricordi
si affievoliscano,che perdano il vigore dell’esperienza? Rileggo le pagine del
diario personale che ho scritto durante questi mesi, vorrei prendere i ricordi
e imprigionarne la vividezza, far sì che restino il più possibile reali, il più
a lungo possibile.
Voglio vedere il tramonto arancione sulle risaie
verdi di Satankulam con la stessa nitidezza di quando lo guardavo dal pulmino
dell’Ave Maria, tornando a casa. Voglio conservarlo così il più a lungo
possibile. Capisco allora che l’unico modo di farlo sono le testimonianze che
lasciamo nei diari, nei quaderni, su questo blog. Ogni parola scritta, ogni
foto, ogni filmato è un punto per aggrapparsi e resistere alla corrente che
trascina i ricordi verso l’oblio. Le
sfide non sono finite all’aeroporto di Venezia, ma continuano anche adesso
nella nostra memoria, nella nostra pelle, cercando di far rimanere lì le
esperienze vissute, cercando di non farle fuggire, di non farle andare via, legandole
forte alle testimonianze, alle fotografie, alle parole.
Alessio










