Approfittato del lungo ponte pre-Indipendence Day, che cade lo stesso giorno di quello che 7000 chilometri più a nordovest chiamiamo Ferragosto, ci prendiamo alcuni giorni di vacanza per un
tour nel Tamilnadu settentrionale. Giunti alla volta della francesizzante Pondicherry ci dirigiamo verso Auroville. Che cos'è Auroville? Si tratta di una comunità immersa nel verde, fondata nel 1968 dalla mistica francese Mirra Alfassa, nota come La Mere, la Madre, con l'obiettivo di perseguire una città universale, libera da barriere di ogni tipo e fondata sulla cooperazione e il rispetto reciproco.
Al primo impatto si rimane colpiti dalla calma e dal silenzio che permeano il Visitor Center della comunità: agli antipodi rispetto al caos imperante nelle città indiane. Il villaggio in cui si trova la guesthouse in cui decidiamo di pernottare ha un nome che, come tutti gli altri villaggi della comunità, esprime al meglio l'essenza aurovilliana: Fraternity. L'architettura è talvolta davvero eccentrica: particolarmente impresse mi sono rimaste alcune case a forma di Ufo, un pò come venivano immaginati i paesaggi del futuro negli anni '70.
La comunità è composta da uomini e donne provenienti da tutto il mondo, alcuni con evidenti richiami al periodo hippy.
Inevitabile dunque imbattersi in nostri connazionali: nel giro di nemmeno mezz' ora facciamo conoscenza prima di due ragazzi bergamaschi, di cui uno dei due figlio di un eurovilliano della prima ora, venuti a trascorrere un soggiorno di un mesetto circa, e poi di Antonio, anche lui bergamasco, trentaquattro anni, aurovilliano da quattro, facilmente "smacherato" dal tricolore presente nella t-shirt, di professione pizzaiolo, stesso lavoro che, ci dice, svolgeva in Italia. Spinti dalla curiosità che può provocare una scelta di vita simile, quella di prendere e partire per trasferirsi in una comunità di paese così lontano, ci racconta di come abbia iniziato una nuova vita partendo con la moglie, istruttrice di nuoto in Italia come ad Auroville e due figli piccoli, che all' epoca avevano rispettivamente un anno e due anni e mezzo, raccontandoci di come le difficoltà di adattamento per quest'ultimo non siano state poche nè indifferenti.Ci descrive poi come la vita aurovilliana lo abbia fatto scoprire condizioni di vita simili a quelle dei nostri padri e nonni alcuni decenni fa, quando il benessere materiale era di gran lunga minore, ma maggiore era lo spirito di condivisione e la semplicità nei rapporti sociali, tuttavia senza nasconderci come non manchino alcune scomodità, come talvolta la difficoltà di trovare anche un semplice bullone, per la cui ricerca talvolta bisogna recarsi nelle città vicine perdendo parecchio tempo.
Il racconto dell'esperienza di Antonio ci pone alcuni interrogativi: come sarebbe ricominciare una vita in un luogo così particolare? e sopratutto come sarebbe trascinare in quest' esperienza dei bambini piccoli, che se da un lato crescerebbro in un ambiente aperto, tranquillo, a contatto con la natura e con altri bambini di nazionalità differenti, con la possibilità di imparare facilmente lingue straniere, dall'altro sarebbero un pò isolato dal mondo esterno, e potrebbero forse avere difficoltà di adattamento qualora un giorno dovessero trasferirsi in un luogo diverso? Domande che ci stanno accompagnando in questi ultimi giorni.
Pranzo (ottimo, come tutti quelli fatti da queste parti, giustificando ampiamente i prezzi relativamente alti per queste latitudini) in un negozio-ristorante di prodotti biologici, e ci imbattiamo nuovamente in un connazionale: questa volta una signora piemontese che viaggia verso la sessantina, che ci racconta di avere fatto dell India una meta abituale dei suoi viaggi fin dalla seconda metà degli anni 70, quando ventenne si era recata per dare delle risposte alle sue domande esistenziali, passando per vari ashram, corsi di yoga e percorsi spirituali. Non è stato difficile immaginare, a vederla e a sentirla parlare, il suo passato da fricchettona!
Alessandro

la crisi dell'aurozona..
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