lunedì 30 luglio 2012

Alternative al Cricket

Tea o coffee?? Cosa sto bevendo???

Mercoledì notte, tratta  Sathankulam-Coimbatore, l'autobus si ferma per una sosta e ci fiondiamo verso il baracchino, dove ordino un caffè, che come d'abitudine da queste parti, viene servito con il latte e a temperature prossime a quella della fusione dell'acciaio. Mentre sorseggio rapidamente la bevanda il compagno di viaggio Mauro mi chiede come trovassi il tè, a cui io sbalordito rispondo "Ma questo è caffè...io ho ordinato del caffè!", e lui che effettivamente sorseggiava una bevanda identica alla mia ribatte come avesse lui invece ordinato del tè.
Effettivamente il colore del tè

venerdì 27 luglio 2012

Cena Italiana

Il menù di ieri sera?

Bruschetta con sugo di pomodori freschi e cipolla.
Patate bollite.
Tante chiacchere e confronti, qualche parola di italiano insegnata.
Ma, andiamo con ordine.

Ieri pomeriggio io, Camilla e Vale On The Rocks abbiamo proposto a Calyani di cucinare e lei ha acconsentito.
Non ci sembrava vero..poter usare la cucina, sbizzarirci e cucinare qualcosa che ci poteva ricordare il cibo di casa nostra.
A scuola abbiamo pensato a cosa fare e a cosa ci serviva per la serata: patate, tanti pomodori, cipolla, olio..
Il pulmino è venuto a prenderci alle 4 e mezza e noi, appena arrivate, abbiamo chiesto a Calyani quale fosse il migliore negozio di verdura di Sathankulam e se aveva il sale e l'olio.
Il sale sì, per l'olio prendete il "Vuain Oil".

mercoledì 25 luglio 2012

Un elefante sotto casa.

Se penso all'India una delle prime cose che mi vengono in mente di sicuro sono gli elefanti.
Non so, mi immaginavo di vedere case di campagna con recinti di elefanti e indiani che girano per le vie delle città in groppa ad un elefante.
In realtà siamo qui quasi da un mese e di contatti con gli elefanti ne abbiamo avuti davvero pochi, il primo solamente sabato scorso, incontrato quasi per caso nel tempio dedicato a Sri Meenakshi.
Per me è stata una fortissima emozione vedere un'elefante per la prima volta in vita mia, ed è stata un'emozione ancora più forte sentire la sua gigantesca e pelosissima proboscide appoggiarsi sulla mia testa e farmi una specie di benedizione.
Un secondo incontro con queste maestose e stupende bestie è avvenuto ieri mattina, sulle 8 circa, sotto casa.
Sì, sotto casa!
Stavamo tutte dormendo nella nostra camerata al piano di sopra quando sento i sonagli delle cavigliere di Calyani che si avvicinano alla nostra stanza al grido di "Elephaaaantt!!!!!".
CosaComeQuandoScusa?Un elefante?Ma dove?Sogno o son desta? Vedo Vale ancora mezza addormentata che si lancia verso il terrazzo..io e Camilla la seguiamo di corsa.
Alcune sono già lì, con lo sguardo sognante e ancora assonnato che guardano in giù.
Eccolo.
L'elefante insieme a due indiani, uno in groppa e uno a terra che ci guarda e ci fa segno di andare giù.
Davanti casa, dal cancello vedo già Grazia e Dani che offrono qualche spicciolo mettendolo nella proboscide dell'elefante e lui che la appoggia delicatamente sulle loro teste.
In meno di 4 secondi siamo già di sotto e Dani è subito pronta con monetine da 2 rupie che ci distribuisce per poter fare la benedizione.
Tutta tremante per l'emozione appoggio la monetina sulla proboscide e sembra che lui(o lei?) la risucchi e poi ho atteso a testa bassa la "bless".
L'elefante ha appoggiato la proboscide sulla mia testa, ma è stata diversa dalla benedizione di Madurai, forse il momento, il fatto di essersi appena svegliati e sembrava ancora di essere in un sogno, e mi è sembrato che durasse anche di più, tanto che sono riuscita ad appoggiare la mano sulla sua proboscide ed ad accarezzarlo!

Davvero, le emozioni non hanno prezzo, è stato davvero un momento emozionante e intenso.

martedì 24 luglio 2012

Holidays

Conoscete Ooty? The Queen of Hill Stations?
Noi sappiamo che si trova a 2240m e che per raggiungerla c'è un trenino chiamato Nilagiri Express, locomotiva a vapore e patrimonio dell'umanità. Parte da Mettupalayam e si arrampica su un dislivello di 600m, con velocità massima di 35km orari. Alcuni di noi partono stasera per scoprire questa zona a cavallo tra il Tamil Nadu ed il Kerala, approfittando dei due giorni di vacanza mensili per una piccola immersione nella natura, tra parchi naturali, piantagioni di thè e spirito ayurvedico.

Questa è la presentazione romantica da Lonely Planet. 
La dura realtà per noi prevede un viaggio in pullman stanotte

River of Madurai

Madurai, domenica mattina. Risvegliati intorno alle ore 9 da una sfiancante giornata di visita al tempio Sri Meenashki, con annessi "qui pro quo" con la sorveglianza (della serie "si entra da questa parte, anzi no", "bisogna lasciare nel guardaroba gli zaini. Anzi no, gli zaini possono entrare basta lasciare al guardaroba eventuali accendini e  fiammiferi" così che di nuovo all'entrata ti senti dire "le ciabatte nello zaino? no assolutamente, portatele nel guardaroba!" con conseguenti corse a piedi nudi su e giù per la via, non proprio lindissima, che fronteggia il tempio), e terminata con la grande abbuffata  in un ristorante limitrofo all'hotel, con tanto di fried chicken di contorno, ottimo pane nan col formaggio o con l'aglio e addirittura gelato di dessert, oltre a  ottime portate di pollo o di montone... ma stavo dicendo, prima di aprire le parentesi, che per ingannare il largo anticipo sul ritrovo con il resto del gruppo e sull'appuntamento

lunedì 23 luglio 2012

Due giorni a Madurai


Il nostro viaggio verso Madurai inizia, ebbene sì, a Nazareth; il sillogismo si traccia da sé: Gesù è nato a Nazareth, Nazareth è in India, ergo Gesù è indiano, anzi, tamil. Ma non divaghiamo.
A Nazareth c'è la stazione ferroviaria più vicina alla nostra Sathankulam, che si trova a una ventina di km di distanza e l'abbiamo raggiunta nella totale incertezza, cui oramai abbiamo fatto il callo: passerà davvero il treno? Sarà affidabile l'orario reperito in un unico sito internet? Per precauzione, ci siamo fantozzianamente presentati in stazione un'ora e mezza prima. Le ragazze si fiondano caparbiamente in biglietteria per tentare di tessere i fili del nostro destino; a che ora parte? Alle 20? Sì...? No...? Gli oscillamenti di capo per molti di noi restano ancora un gesto enigmatico e, per chi scrive, quasi ipnotico. Raccogliendo un numero di testimonianze e pareri sufficienti per costruire una statistica attendibile, stimiamo che il nostro treno debba passare per la stazione di Nazareth tra le 20.10 e le 20.32 ma il problema ora è un altro: dove trascorrere l'ora che ci separa dall'arrivo del mezzo? Nelle comode, illuminate e arieggiate panchine e sui pilastri marmorei del binario, vicino alla biglietteria?

giovedì 19 luglio 2012

Dea dai tre seni e dagli occhi di pesce.

Volontari in libera uscita a Kanyakumari


Si riparte per la gita del fine settimana, stavolta destinazione Madurai: città dei templi che le guide descrivono in maniera unanime quale l'anima del Tamil Nadu. Partiamo stasera con il treno da Nazareth (a 20km da Sathankulam) e ritorneremo nella giornata di domenica. 

Beeeeelllaaaaa!



mercoledì 18 luglio 2012

L’autobus di Indiana Jones

Nulla abbiamo da invidiare alle memorabili prodezze di Indiana Jones in una delle sue avventure. Recuperare il Santo Graal? Salvare una bionda fanciulla dai nazisti? Roba da dilettanti per noi che nel Tamil Nadu a volte capita di prendere l’autobus! E per prendere l’autobus intendo proprio prenderlo fisicamente…se non si sta attenti infatti si rischia di dover rincorrere il mezzo per metri e appendersi dove capita nella speranza che le gambe non cedano. Se si riesce a salire sull’agognato mezzo (nel costante dubbio “Sarà la direzione giusta?”, dato che tutto è scritto in lingua locale) l’ avventura comincia. Se sei uomo vieni cacciato sul retro in mezzo al branco della tua specie, se sei donna il fiume di persone che sempre intasa l’autobus ti spinge avanti tra saari colorati, trecce unte di olio di cocco e il profumo dei fiori di gelsomino fissati alle lunghe trecce nere. Il comodo posto finestrino con vista sulla campagna, è il più inflazionato: comodo per fare foto, ma scomodo per la patina di smog e polvere che ti si fissa in viso. Nel posto centrale si gode della protezione degli altri due al fianco: ci si fa delle belle dormite cullati dallo sballottare della strada sterrata .L’unico rischio?Le capocciate.

martedì 17 luglio 2012

La Time Table degli Emù

Presto resoconti e foto della nostra gitarella marittima.

Intanto a scuola il lavoro procede spedito, sono partiti progetti interessanti che spaziano dall'educazione musicale a quella ambientale, si producono quantitativi notevoli di cartelloni, lettere dell'alfabeto, trenini di addizioni e sottrazioni, fotocopie, eccezioni dei plurali, numeri coloratissimi ed improbabili canzoncine per aiutare i più piccoli della Nursery a ricordare che respirano con il nose e che quello disegnato alla lavagna è un circle.

venerdì 13 luglio 2012

Kanyakumari



Piccola gitarella del fine settimana per i volontari. Come ogni italiano medio che si rispetti ci aspetta un breve week-end al mare. Chiamalo mare poi:  Mare Arabico, Oceano Indiano e Golfo del Bengala si incontrano, 
e noi con loro.

Work in/for progress










giovedì 12 luglio 2012

Adattamento: il prezzo da pagare per restare in India.


Buio. È mezzanotte, o forse l’uno o le tre. In questo momento il tempo non ha importanza. Il sole non si è ancora alzato e si possono a malapena distinguere le linee di un corridoio, una panca, qualche tavolo e poco altro.
Un corpo giace sulla panca, il capo chino, pesante, rantolante. Si è accasciato lì, fuggendo dalla morbidezza del letto, perché ricerca la solidità della panchina sotto di sè. Sa che non può cedere, non può cedere a nessun istinto, ma può dormire. Si rannicchia sulla panca col capo ciondolante e si abbandona al sonno.
In un altro momento, quando non ha importanza, si sentono alcuni passi dall’altra parte, trascinati, pesanti, incerti. Dopo essere stati troppo veloci per le forze a disposizione, ora sono deboli, troppo deboli per proseguire.
Un tonfo, colpo al mento, a terra.
Solo l’eco.
Quei passi diventano uno strisciare, un arrancare consumando forse le ultime briciole di speranza. Piano piano. Verso le scale, dall’altra parte, oltre la panchina. E su, al primo piano.

Poco importa che i passi e i movimenti fossero di Valentina, che tutto questo sia accaduto di fronte alla panca sopracitata e che su quella panca ci fossi stato io, un cuscino e il Polase. Questo è stato solo l’inizio.

“diarrea del viaggiatore” recitano le guide turistiche “adaptation” la chiama Peter, il nostro referente, sorridendo. A poco a poco tutti entrano in questa fase: debolezza, malessere fisico, nausea…poi il baricentro della propria giornata si sposta sempre di più verso il bagno. Nei casi più gravi al bagno non ci si arriva neppure.
Ho visto gli sguardi di compassione della gente cambiare in timore, impauriti per un possibile coinvolgimento. Ho visto le persone guardare con sospetto un bicchiere potenzialmente usato da un altro. Ho visto i nomi impadronirsi delle bottiglie di plastica per l’acqua e la diffidenza impadronirsi delle loro menti. Ora c’è chi si rassegna al fatto che prima o poi accadrà anche a lui, e chi confida ancora nell’ essere più forte.
Io sono stato uno dei primi, ora siamo più della metà. Abbiamo guadagnato il diritto a rimanere in questo Paese, l’abbiamo guadagnato col nostro corpo, fino (e soprattutto) nelle interiora. Abbiamo superato la prova di iniziazione, abbiamo espulso ogni goccia di occidentalità dal nostro corpo e abbiamo fatto ammenda. Se in Italia questa possibilità fosse sembrata così remota da essere quasi una leggenda, abbiamo affrontato il sacrificio in onore dell’Oriente, abbiamo affrontato la leggenda.
Ora siamo ciò che tutti speravano di evitare, siamo cambiati, abbiamo accolto la leggenda, ora ne facciamo parte.
Ora siamo la leggenda.



Visione Mathesoniana della diarrea del viaggiatore, dal punto di vista di un ex-malato.

Alessio


La chitarra sul tetto che scotta

L'umore delle truppe è a terra! Febbre, squarraus, e progetti che saltano stanno decimando i nostri soldati ma... arriva lei a risollevare il morale alla nostr truppa: la chitarra!!!


(aprite il video dal link sopra riportato)


Fabiana

AQUAINBOTILIOFOBIA

In seguito alla funesta epidemia di squarraus (altresì detto "scagotto", o "vendetta di Montezuma", o più volgarmente "diarrea") già efficacemente narrata in precedenti post da alcune splendide compagne di ventura, è andata a diffondersi nella Guesthouse di Sattankulam la psicosi seguita alla fatidica domanda "ma le bottiglie d'acqua che compriamo in giro sono davvero perfettamente sigillate?????" e anche quando sembrino sigillate perfettamente, il sospetto talvolta torna ad insinuarsi: "ma non è che i mercanti sappiano come abilmente risigillare le bottiglie già aperte, da farle sembrare immacolate??".
In effetti molto spesso le bottiglie acquistate sono riempite fino all' estremo orlo superiore della bottiglia, cosa, per noi occidentali, piuttosto inusuale!
Ai posteri l'ardua sentenza dunque...
Ad ogni modo, le alternative all' acqua non mancano anzi dalla solita pepsi ( la caffeina del resto da queste parti spesso latita), alla 7up (cugina povera della più nota Sprite, altresì detta in terre venete "aqua e suchero", ma che in queste latitudini è inaspettatamente diffusa), al Bovonto ( solo il nome è di per sè esplicativo, bevanda estremamente zuccherata, caldamente sconsigliata a chi abbia la glicemia alta e a chi abbia la glicemia regolare e regolare voglia tenerla), e la fosforescente bibita chiamata Mirinda, nella cui etichetta è specificato, a scanso di equivoci, che "nessun frutto è stato aggiunto in questa bevanda"!.
Alessandro

mercoledì 11 luglio 2012

Può essere una buona idea portare con voi la carta igienica

Il mio estro narrativo si trova ai minimi termini, forse perchè sono ancora nella fase di "assorbimento"...quando sarò zuppa di India, comincerò a rilasciare...allora decido tatticamente di cominciare dall'argomento più triviale possibile, confidando in una risalita.
Può essere una buona idea portare con voi la carta igienica. La mia Lonely Planet liquida così uno degli argomenti pre-partenza più dibattuti, causa di dubbi, perplessità e qualche attacco di panico.
Solo turca? Non c'è la carta igienica? Devo portarla? Dovrò usare una foglia di banano? E cheddddiavolo è lo "SPRUZZETTO"???!!

Una volta arrivata mi sento in dovere di spendere due parole in merito a questa perniciosa questione.
Nelle toilette indiane si possono trovare destabilizzanti bagni alla turca ma anche la più familiare tazza, mentre la grande assente, ebbene sì, è la carta igienica.

Portarsela da casa? Magari un rotolo da usare proprio in casi estremi perchè gli scarichi indiani, ovviamente, non sono abituati a smaltirla e si rischia l'intasamento..che forse è peggio.
Comunque credetemi, il viaggio vero comincia quando si smette di usarla.
Questo senza il timore di compromettere i vostri standard igienici, grazie al suddetto "spruzzetto", ovvero una doccetta con flessibile e levetta per il controllo dell'acqua messa proprio vicino al water, che praticamente incorpora la funzione "bidet". Inizialmente con qualche impaccio, poi sempre con maggior destrezza, riuscirete a utilizzarlo al meglio. 
Vi sembrerà anche bizzarro, ma infondo anche i water giapponesi hanno la stessa peculiarità (tra le tante), la differenza è che qui non è automatica (comunque all'equatore come in Giappone troverete la tavoletta calda).
I nostri bagni indiani hanno un water con spruzzetto, il lavandino, tre rubinetti che sbucano dal muro e una doccia, ovviamente sprovvista di cabina. Lo scarico dell'acqua è a terra e nemmeno troppo vicino, eppure il bagno non si allaga mai. Certo aiuta che le finestrelle siano senza vetri e fuori ci siano sempre in media 30 gradi.
Pur nella loro estrema semplicità mi sembra che questi bagni siano perfettamente funzionali, puliti, intelligenti...giusti così.
Durante il viaggio per arrivare fino a qui abbiamo osservato affascinanti donne indiane pettinarsi i meravigliosi capelli scalze nel mezzo dei bagni più squallidi che potreste immaginarvi. 
I contorni delle cose cambiano, come se indossassi un paio di occhiali graduati in modo insolito, e tutto mi sembra bello, ma bello in un modo strano...luminoso, brillante, come se la semplicità, la povertà togliesse alla cose il lenzuolo che le copre e le scoprisse per quello che sono, polverose magari, sporche in certi punti, anche malmesse, ma con dei colori, un'eleganza e un'intensità che ti trapassano.


Sono stati giorni di debilitazione fisica qui...e forse ho parlato di bagni proprio perchè ci ho passato molto tempo...ma da domani andrà meglio perchè stasera Kalyani ha cacciato via tutti i nostri malanni. Ha tracciato un cerchio davanti ad ognuno dei nostri visi impugnando un pezzo di carta profumatissimo (o forse era il profumo di Kalyani), poi è uscita e gli ha dato fuoco. E lì, in silenzio, guardando la fiammella che sgomitava nel buio e accendeva il bel viso della nostra sister mi sono sentita al sicuro, come se fosse davvero possibile cancellare i demoni dell'anima, lusingandoli col profumo di cocco e intrappolandoli in un pezzetto di carta da bruciare davanti casa.

Grazia

"No, anche tuuu?"


Ebbene sì anche questo doveva succedere! E forse, rispetto alle mille cose che ci hanno accolto in tale terra così lontana e differente da casa, in questa ci eravamo già preparati...siamo partiti portando in zaino una varietà di scatolette pronte all'uso e con mille precauzione da tenere in considerazione - bere solo acqua in bottiglia, controllando sempre che sia ben sigillata, non mangiare nulla ai chioschetti lungo la strada che possa essere venuto a contatto con l'acqua, mangiare frutta rigorosamente pelata con coltello rigorosamente disinfettato- insomma, precauzioni precauzioni contri batteri a noi estranei!!! Eppure lui è riuscito a infiltrarsi nei nostri energetici corpi, sì proprio lui, il "batterius scquaraus". Ti colpisce d'improvviso, senza che tu possa avere il tempo di realizzare!! E allora iniziano le corse! ^^


Prima uno, poi due, poi tre, poi quattro...e ogni giorno il numero dei colpiti aumenta! "No, anche tuu??" è diventata la frase di questi giorni! Credo che visti dall'esterno forse forse facciamo un po' sorridere.... Ma siamo tranquilli. Daltronde l'adattamento al cibo indiano richiede del tempo: il non mangiare latticini, carne, verdure crude, la pastaaa!, aggiunto al caldo equatoriale che caratterizza questa terra, richiede tempo al nostro corpo. 


Meno male che in casa siamo coccolati dalle nostre "sisters", Kalyani e Jaya, nonchè da Peter, i quali si prendono cura di noi e cercano di farci sorridere in ogni istante e di tranquillizzarci!
Non a caso, questa mattina al nostro risveglio ci hanno fatto trovare pane e marmellata per colazione!

Mi sento solo di fare un ringraziamento speciale per chi ci sta ospitando! E' bello sentirsi a casa, nonostante ci si trovi a miglia e miglia dalla propria quotidianita'!

Vale

martedì 10 luglio 2012

Il primo giorno di Scuola l'ho fatto a 25 anni.

I volontari ( ranghi ridotti causa temibilissima maledizione di Montezuma ) hanno già cominciato la loro attività all'Ave Maria School.

Questi sono e saranno giorni di assestamento, in cui cerchiamo di trovare un giusto equilibrio tra l'entusiasmo dell'improvvisare giochi con bambini a cui basta pocopochissimo per divertirsi, ed il desiderio di impostare delle lezioni regolari che diano continuità al nostro lavoro e che, chissà , forniscano nuovi spunti formativi per le maestre. Il loro metodo educativo ci è subito apparso molto distante dal nostro, basato sulla ripetizione mnemonica e continua, senza collegamenti, lezioni frontali anche con i bimbi più piccoli della Nursery.
La giornata scolastica inizia alle 09:40 del mattino e termina alle 16:00, con pranzo alle 12:35 e dovuti intervalli. I bambini sono suddivisi nelle quattro classi della Nursery e nelle nove della Primary (in cui sono presenti due sezioni per la quarta classe). Attraverso una time table provvisoria cerchiamo di essere presenti in tutte le classi in egual modo, distribuendoci compatibilmente con le capacità e attitudini di ognuno e con le necessità didattiche di ogni classe. Dopo la scuola ci fermiamo a giocare con i bambini dell'Orphanage con cui pensiamo di svolgere anche attività teatrali o musicali  . Le impressioni sono molteplici, la necessità di organizzarci è evidente, le idee e la motivazione non mancano. 
Personalmente rimango quotidianamente colpita dall'eredità palpabilissima che il colonialismo inglese ha lasciato. Le divise con i lunghi calzettoni azzurri, il loro rivolgersi a noi come Sir e M'me, l'adunata quasi militare che abbiamo visto lunedì mattina prima dell'inizio delle lezioni, il thè caldo alle undici del mattino, il contenuto dei testi scolastici ( Ciao Gatto, dove sei stato? Sono andato a Londra a vedere la Regina e sono tornato!) si mischiano ai fiori di gelsomino che le bambine dai capelli corti portano in testa per abbellirsi, il rosso tra le loro sopracciglia, i piccoli cilindrini portapranzo con riso e spices. 
Ci sono mille particolari che sto custodendo negli angoli degli occhi. 

E poi c'è il momento in cui ritorniamo in Guest House, e sulla strada del ritorno, in pulmino, ognuno è in silenzio e questo silenzio soddisfatto è impagabile, è un momento morbido in cui guardi fuori dal finestrino e ancora non ci credi. 

Daniela

domenica 8 luglio 2012

Tamil for dummies

In questi giorni la Guest House di Aid India ospita, oltre a noi volontari, una  ragazza di nome Kokila, arrivata direttamente da Chennai, a 12 ore di bus da Sathankulam. E' una bella ragazza indiana, dal carattere aperto, movimenti decisi ed un linguaggio corporeo incredibile per noi. Il padre è indù, la madre cristiana e lei  è stata la nostra guida speciale nella visita al tempio indù.
Qui apro una piccola parentesi: se solo qualche mese fa mi avessero detto che avrei camminato scalza in quel posto, mangiato con le mani il cibo sacro messo su una foglia di banano e mischiato col gesso, ricordato all'ultimo degli dei del tempio di riferire i miei desideri alle divinità presenti, proprioproprio non c'avrei creduto.
 Koki ci ha anche accompagnato nella nostra gitarella a Tirunelveli, consigliandoci nella scelta dei sari e dei shalwar kameez.
Lei è qui con noi fino a domani, ed il suo compito è stato quello di offrire delle lezioni di Tamil, utilissime per riuscire ad utilizzare brevi espressioni, parole chiavi nelle conversazioni ed usi e costumi di questa  regione dell'India. La desinenza delle frasi polite, l'importanza del matrimonio, perchè le donne indiane tengono i capelli lunghi e annodati in una treccia: è tutto nuovo, tutto interessantissimo. La pronuncia delle parole a volte sembra impossibile, esistono mille modi di arrotolare la lingua e tenere le vocali aperte e chiuse allo stesso tempo.
Nanri  è la prima parola che abbiamo imparato a pronunciare. Nanri vuol dire Grazie, e la ripetiamo mille volte al giorno, perchè abbiamo da ringraziare moltissimo. Moltissimo, davvero.
Vannakam è il saluto che, a mani giunte, rivolgiamo a chi incontriamo durante la nostra giornata, ed in realtà è molto più che un saluto. Kokila scrive sulle slides preparate per noi il significato di Vannakam:

'I respect your Soul, as we believe god lives in our Soul'

Ringraziare ci sembra davvero il minimo.

Daniela

sabato 7 luglio 2012

Una gita a Tirunelveli, o “Cronaca dell'incontro con il temibile Thirunevelius Frigidus”


Le sconfinate pianure desertiche rosse, punteggiate di palme; la calura estrema di un sole oramai equatoriale mitigata dal dolce monsone estivo; i villaggi brulicanti di lavoro incessante e noncurante; quest'India meridionale, genuina, rurale, a tratti pre-industriale -osservata dal finestrino di un autobus sconquassato che potrebbe aver visto nascere mio nonno e che fa percepire ogni minima irregolarità del suolo (di cui questo suolo non è affatto povero!)- ci trova improvvisamente al cospetto di un mostruoso gigante refrigeratore che, dai 40° (?) dell'esterno ti risucchia nei suoi visceri fino a scaraventarti ai 23°, 25° dell'interno, microclima adatto alla proliferazione di un insidioso parassita venuto da ovest, conosciuto come consumo. La belva di cui sopra (noto ai più con il nome di Thirunelvelius Frigidus) secondo la genealogia che si perde nel mito, sarebbe uno dei figli di Occidente che, in una torrida notte d'estate, abusò di Oriente, la quale tuttavia non gli si negò completamente, tanto che ne riconobbe, in questo caso, la prole. Si riscontrano infatti somiglianze con entrambi i genitori, anche se prevalgono quelle del padre: tutto mammà sono il portale e il soffitto della hall, entrambi in vero legno istoriato, ricordo commovente della mano dell'uomo su un materiale generalmente non gradito al consumo, troppo duro per i suoi denti. Un'altra resistenza della dolce Oriente sull'irruenza di Occidente si nota nella partizione equa tra prodotti ready made e tessuti da acquistare al metro per (farsi) confezionare i propri abiti.
Colà la nostra combriccola è stata inevitabilmente attratta dagli effluvi che promanano dal Thirunelvelius Frigidus, secreti grazie all'azione del parassita sulle cellule morte della creatura e, dopo essere penetrati nelle sue fauci, le secrezioni hanno acquisito la forza dirompente di una droga magnifica, leggera e aerea, pericolosa ma non necessariamente letale, che fa presa soprattutto sul cromosoma X.
Le Nostre, candidamente inconsapevoli e per nulla inclini alle facili lusinghe del parassita, hanno inalato a pieni polmoni l'aria densa d'oppio che permeava l'interno delle guance della creatura, facilitando l'inesorabile digestione del mostro e facendosi trasportare fin giù nell'esofago e quindi nello stomaco, esplorandolo in ogni suo tessuto, soprattutto quello noto come sari. Il sari, patrimonio genetico da parte della madre, fa particolarmente presa sui soggetti presi in esame per via delle fantasie lussureggianti, dei colori sgargianti e della foggia conturbantemente orientaleggiante.
L'aria era ormai satura di fumi e aveva irrimediabilmente leso le resistenze delle nostre povere e ignare compagne, rendendole vulnerabili a qualsiasi oggetto composto anche solo vagamente di stoffa che si manifestasse di fronte ai loro occhi; secondo approfonditi studi, condotti durante le lunghe ore in attesa della travagliata digestione del mostro da una prestigiosa equipe di scienziati, l'inebetimento che colpisce il cromosoma X sarebbe inversamente proporzionale all'entità del numero stampigliato sul cartoncino che contraddistingue ciascun prodotto. Da lunghe e pazienti osservazioni sul campo, inoltre, è emerso che i soggetti più deboli sono stati prede anche di ninnoli e cosmetici, ma in misura trascurabile e tendenzialmente isolata.
I cromosomi Y, invece, oltre a essere pressoché immuni al veleno, tendono – causa la loro forma – ad incastrarsi tra i denti del mostro, dove possono bivaccare anche per diverse ore, cianciando e limitandosi ad esplorare le immediate vicinanze del cavo orale, concedendosi al massimo una breve (ma fruttuosa) escursione nelle viscere.
Usciti dalle budella del Tirunelvelius Frigidus, un dolce vento ha aiutato i nostri cervelli a non squagliarsi nella calura (ormai al crepuscolo) e lentamente a riprendere le forze, necessarie per affrontare il viaggio verso casa: non un ritorno vero e proprio in cui si ripercorre a ritroso la via dell'andata, ma un nuovo viaggio più lungo e accidentato. Tra sballottamenti che ti fanno sentire una fogliolina di menta nello shaker di un barman acrobatico, svariate gaffes riguardo alle precise disposizioni sulla distribuzione di uomini e donne in autobus, siamo riusciti a creare un mezzo incidente diplomatico (di natura ancora oscura), ad assopirci e a conoscere i nostri vicini: l'uomo alla mia sinistra, di cui ho spudoratamente finto di capire il nome, mi ha fatto capire di essere un elettricista mostrandomi il cercafase che teneva nel taschino; quello alla mia destra, recando con sé un mezzo banano, ho dedotto che fosse un fruttivendolo o un coltivatore, evidentemente troppo stanco per rivolgermi la parola.
Con le mani nere per il ferro consunto dei sedili, il culo bagnato di sudore per le due ore trascorse su uno strato di terrificante simil-pelle (per gli amici plastica), unti e mollicci, inconsapevoli degli odori assunti, tra un sorriso, uno sbadiglio e un cleenex, abbiamo pensato che è questa, finalmente, l'India che volevamo trovare.

Mauro

Mary piena di Grace


Un po' in ritardo riprendono i nostri aggiornamenti.

In un  momento del tutto inaspettato, in cui stavamo decidendo chi dovesse andare a Virudunagar e chi a Sathankulam è saltato fuori un nuovo progetto “Mary Grace”; ci si arriva tramite una strada molto tortuosa, quasi fossimo sulle montagne russe o sulla Romea, non a caso son stati proprio degli italiani ad insegnarli ad asfaltare. Questa scuola in mezzo alla natura più totale, è nata per combattere lo sfruttamento minorile: la scuola aiuta economicamente le famiglie, così possono mandare i figli a scuola e non a lavorare. Mentre andavamo al Maria Grace sulla nostra strada abbiamo incontrato molti bimbi seduti tutti assieme ma a far cosa? Aspettavano... aspettavano che passassero le ore tra un turno di lavoro e l'altro.

La prima cosa a colpire la nostra attenzione sono stati i loro vestiti, pantaloni sporchi, camicia strappata ma un sorriso che avrebbe riacceso il cuore anche allo zio Paperone!!

Speriamo arrivino i permessi per poter lavorare in quella scuola dato che è una zona non del tutto sicura.

Fabiana

giovedì 5 luglio 2012

Thought

Tu vorresti possedere l'India e poter guidare il suo consumo
 ma l'India non si lascia consumare, fruire, non è tua
..sei tu che devi diventare sua.

Una passeggiata, tante emozioni.

Una passeggiata.
Solo una passeggiata per le strette ed incredibilmente caotiche vie di Satankulam, per capire che un paesino che sembra minuscolo in realtà dentro di sé racchiude un piccolo mondo abitato da donne in Sari, da persone che entrano in negozi che sembrano quasi improvvisati, da motori e furgoncini strombazzanti e da bambini sorridenti che salutano con gioia a chiunque gli passi davanti.

No, che dico, TUTTI salutano se il tuo sguardo incrocia il loro con il rispettoso, benevolo e simpatico Vannakam! con le mani congiunte al petto.
Sì, fa strano camminare per strada e salutare chiunque incontri anche se non lo conosci..insomma, in Italia, non succede proprio e questo mi ha davvero colpito: l’apertura, la benevolenza e la cordialità del popolo indiano, in particolare delle persone di questa piccola città che ti vedono e  ti guardano curiosi, attenti, un po’ stupiti, sorridenti, con sospetto o che scoppiano in una sonora risata quando provi a buttargli lì due o tre parole in Tamil che hai imparato qualche minuto prima.
Meravigliata da tutto ciò, continua la mia passeggiata con alcune delle mie compagne di viaggio e veniamo fermate da una voce proveniente da una casa molto vicina al tempio dedicato  a Shiva.
Una signora dalla faccia simpatica  e sorridente ci invita ad entrare in casa sua e noi non possiamo assolutamente rifiutare.
Noi ci togliamo le scarpe e lei cerca di offrirci qualsiasi appoggio utile per sederci.
No signora, possiamo sederci anche per terra.
Si è illuminata, avreste dovuto vedere come è rimasta contenta.
Voleva offrirci qualcosa da mangiare ma non aveva niente di pronto, noi le diciamo che non c’era problema, eravamo a posto, anzi forse ancora un po’ stupite dal fatto che una sconosciuta che ci vede per strada ci avesse invitato  in casa sua.
Niente da fare, spedisce la figlia a comprare dei biscotti per noi.
Troppo, troppo gentili.
Nel portico, sopra la porta d’ingresso sono appese alcune foto: un uomo con una donna a destra, lo stesso uomo con un’altra donna a sinistra e nella foto  al centro l’uomo con le due donne. Beh dopo alcune domande è venuto fuori che sono le sue due mogli, sposate lo stesso giorno. J
Torna la figlia con i biscotti. Ha 17 anni e studia Ingegneria Civile qua vicino, un piccolo genio insomma. Alcune chiacchere, risate, album di famiglia da guardare insieme, arriva un’altra figlia, ballerina professionista di  Bharatanatyam, danza tipica indiana della quale ci darà una dimostrazione qualche minuto dopo.
Ci conoscono appena ma ci invitano a fare una gita con loro questo sabato, alle cascate qui vicino.
Ma siamo in tante, come facciamo?
Non preoccupatevi, abbiamo un van.
Intanto è iniziata la messa al vicino tempio Shiva, con musica altissima. Noi siamo incuriosite, vogliamo andare. Loro ci intrattengono con spettacoli di danza e visite guidate nella loro stupenda casa.
Inizia a fare buio, noi vogliamo tornare a casa in tempo e vedere un po’ di messa se possibile. La figlia ballerina decide di accompagnarci, non prima di aver fatto alcune foto ricordo con la famiglia.

Entriamo nel tempio, sentendoci un po’ intruse di un rito così importante come la messa di una religione che conosciamo poco, eppure, nemmeno dentro il tempio non siamo considerate, anzi, riceviamo saluti e preziosi consigli da alcune donne anziane su come utilizzare gli “ingredienti” che ci vengono dati che farci i segni sulla fronte.
Un uomo dentro una specie di grotta venera un Dio, poco dopo esce con piatto contenente del fuoco, un fuoco per la benedizione da toccare-o-quasi con le dita delle mani e subito appoggiarsele agli occhi.
Veniamo incluse anche noi nel rito.
Poi l’uomo passa con una polverina bianca, da usare per fare un segno sulla fronte e quel che rimane strisciarcelo nelle braccia.
Io e Maria capiamo male ciò che ci viene detto, erroneamente ce lo mangiamo.
Un secondo giro e ci viene dato sulle mani un liquido arancione per un secondo segno sulla fronte.
Il rito finisce e ci avviamo verso l’uscita. Ci viene data una foglia di banano perché alla fine della messa c’è una distribuzione di cibo tipico Tamil. Cerco di sviare la distribuzione, a casa c’è la cena preparata da Calyani e in questo modo posso lasciare più cibo agli altri: niente da fare, vengo richiamata indietro da una signora per prendere la mia parte. Vabè la lascerò ai bambini.

Uscite dal tempio, foto e saluti con i bimbi poi di passo veloce verso quella che spontaneamente chiamiamo casa dopo una passeggiata carica di emozioni che mi ha portato a riflettere sul comportamento così amorevole di questo popolo che mi riempie di gioia e con un po’ di amarezza per la diversità del comportamento dei miei connazionali.
Sara

mercoledì 4 luglio 2012

First Day in Orphanage

Primo giorno nell'orfanotrofio di Satankulam. Di questo primo incontro si potrebbero dire tante cose, le grida, i sorrisi, la tumultuosa vitalità dei bambini. Di quel caos sorridente e strepitante di vitalità potrei dilungarmi a lungo, ma credo che solo vedendolo con i propri occhi, si abbia l'idea di cosa abbiamo provato.

Alessio

Le cose che non scivolano

Per scrivere un racconto, per trovare l'ispirazione, dicono basti un viaggio, un taccuino e la  descrizione metodica di ogni cosa incontrata per la strada, ogni viso, ogni cane che scondizola. Questa è una citazione, più o meno, che ho sempre immaginato vera. In realtà chi la disse omette il primo ingrediente necessario, ovvero essere scrittore, nascerlo o diventarlo, che racconta le cose per come le vede e per come restano dentro: vere, tridimensionali, che le tocchi e ti si appiccicano le mani.
C'è bisogno di appuntare quello su cui si inciampa per la strada perchè molto si dimentica, molto sembra poco importante sul momento. Molto in realtà non deve scivolare, per questo scelgo una carta doppia, quasi assorbente, ed una penna nera ad inchiostro fisso.
Non deve scivolare via il viaggio dall'aeroporto di Madurai a Sathankulam, la prima impressione di una terra lontana ad oriente, il tragitto sui pulmini che corrono e sembrano sempre schiantarsi con impatti frontali. Tutto intorno, ai bordi delle strade, c'è la gente, gente ovunque, gente ad ogni ora della notte, che cucina e mangia, che lavora, guida, dorme, festeggia. Vite che sembrano milioni e noi a spiarle da un finestrino veloce, come fossimo su uno di quei treni che non fa mai ritorno, che in ogni saluto che fai a ciò che vedi c'è la malinconia di qualcosa che non può tornare, afferrabile solo in quel preciso istante, ma lui non lo sa e ti saluta, in attesa del ritorno.
Non deve scivolare via la sensazione di sentirsi al proprio posto dentro alla semplicità spartana di un materasso su una tavola di legno, nella mensola su cui poggiare i vestiti nuovi, sul tetto di un posto che chiamiamo casa senza alcuna difficoltà. Ieri ci siamo trovati un po' per caso tutti su questo tetto, ed è stato facile decidere che fosse il posto più bello del mondo. Le nuvole scure di tramonto, il vento leggero sui capelli di Anna, i nostri sorrisi puliti di una felicità palpabile.
Non può scivolare via il primo pomeriggio nella scuola orfanotrofio, il coro delle classi piene di bambini che aprono la bocca e cantano con delle voci a noi nuove, eppure antiche. Gli occhi neri, gli sguardi obliqui e la semplicità dei giochi masticati da nomi nuovi. Dire i nomi, dimenticarli e ridirli, pronunciarli nel modo sbagliato, ascoltare il proprio nome con un altro accento, nel modo sbagliato ma mai stato così giusto.
Sono solo due giorni e sono già tante vite.

Daniela

martedì 3 luglio 2012

La casa dei volontari a Sathankulam



Veniamo ospitati in una bellissima casa, ricca e opulenta nel contesto generale di povertà che caratterizza il villaggio. L'ambiente è fresco e pulito e la casa, dalla struttura e dai materiali forse dell'ultimo periodo coloniale, sembra essere stata concepita per resistere al caldo desertico, sfruttare le correnti e mantenere l'ambiente ben aerato.
Fuori, l'intonaco è di bianco accecante bordato di azzurro. L'ingresso è seguito da un'anticamera affollata dalle nostre scarpe, sandali, ciabatte, poi si succedono il refettorio e un atrio dove si è ricavato un salottino con delle sedie da giardino e un divanetto, anch'esso di sapore molto coloniale. Attorno all'atrio si sviluppano le prime camere, ampie, i muri bianchi, le travi sul soffitto e gli scuri alle finestre color verde pistacchio, ventole sul soffitto. Proseguendo dall'ingresso si giunge in un cortile interno, con cucinotto e bagni, salendo le scale invece si raggiungono i dormitori delle ragazze e le terrazze, queste ultime davvero piacevoli perché ampie e fresche, una immediatamente adibita a locale per appendere i panni bagnati.
Salendo ancora, dopo due porte inchiavardate, si arriva al tetto: una splendida terrazza completamente praticabile che offre una vista quasi a volo d'uccello sulla cittadina, oltre che uno spazio eccellente per incontrarsi, cenare o semplicemente godersi il vento. Da sopra si riesce a direzionare tutti i rumori che giungono da dentro le mura: dietro il richiamo teso e stentoreo del muezzin (che comunque è amplificato) della moschea poco lontana, di fianco la musica che proviene da chissà quale negozio o abitazione, ovunque il latrato dei numerosissimi cani, il vociare di ogni genere, i motori, il lavoro.

Godersi quest'aria magnifica che rinfresca e accarezza senza invadere né disturbare, farlo seduti in terrazza, magari fumando, guardando la vita che scorre ordinaria giù in strada, turbata solo dalla nostra presenza inusuale, ricambiare i saluti stupiti e forse vagamente deferenti della gente fa sentire un po' invasori e un po' fuori luogo, ma è utile a ricordarci il motivo per cui siamo qui: we come to aid.
E allora ci si perdona quell'ora di ozio spesa a fumare in terrazzo, ciondolando su di una poltrona coloniale.

Mauro

Viaggio e prime ore nel profondo Sud dell'India



35 (?) ore per raggiungere la destinazione: per molti di noi è stato il primo viaggio di tali proporzioni. Siamo partiti da Venezia alle tre del pomeriggio il primo Luglio 2012, per arrivare a Sathankulam alle 4 del mattino (ora locale) del 2 luglio. Poco male, del Marco Polo ci mise poco più di tre anni a raggiungere il Chatai.
Riposino sul nudo marmo dell'aeroporto a New Delhi
in attesa del volo per Chennai
Del resto, lui non poteva godere della comodità dei 4 voli e delle cinque ore di macchina che ci hanno condotti dal Nord Italia al Sud dell'India: i primi due voli, Venezia – Doha, Doha – Delhi, viziati nei comodi aerei della Qatar Airlines, con schermi touch forniti di film, musica, giochini e pasti; a Delhi un'attesa di circa sei ore, passate a sonnecchiare in un campo base improvvisato sul fresco e pulito pavimento dell'aeroporto. Gli ultimi due voili, Delhi - Chennay, Chennay - Madurai, con la Jet Airways perlopiù in preda al sonno.
Pulmino con fari stroboscopici
Nel paese che ha dato origine alla concetto di Karma, non si poteva non mettere in conto qualche intoppo e, dopo una trentina di ore prive di perdite di capitale umano né materiale, ecco il tragitto in macchina dall'aeroporto di Madurai al villaggio che ci avrebbe ospitato per i due mesi a venire: Sathankulam. Aria calda e vento fine da sud-est (dice Peter, il nostro referente di quaggiù), silenzio e un cane festoso ci accolgono all'uscita dell'aeroporto. Evidentemente, l'impeccabile organizzazione indiana aveva previsto viaggiatori muniti esclusivamene di beauty case (e forse un paio di sacchetti di plastica); tuttavia la comparsa di 15 occidentali muniti di 20 e oltre kg pro capite di bagaglio non ha turbato particolarmente i nostri nocchieri: dopo appena un'ora di tetris tridimensionale e acute manovre di parcheggio, riusciamo ad infilarci in un'auto e un pullmino e a partire.
Il tragitto in autostrada si è svolto tranquillo, quasi privo d'infarti ed eccessive tachicardie, nonostante i sorpassi da gara automobilistica e la guida stile Parigi-Dakar.
Dopo circa un'ora e mezza (circa le 23.30 locali) arriviamo per la cena a Virudhunagar, in un istituto per ragazzini che, nonostante l'ora, ci hanno regalato un'accoglienza deliziosa: abiti colorati ed eleganti, fiori tra i capelli e sorrisi sinceri e curiosi ci hanno dato il benvenuto. Loro stessi ci hanno servito la cena, con una gentilezza e una disponibilità quasi imbarazzanti per noi, convinti di arrivare per dare il nostro aiuto. Il minimo che potessimo fare è stato imparare a ringraziare in lingua tamil (nan-dri, con la a un po' aperta, quasi e) e ricambiare i sorrisi coloratissimi prima di ripartire.
Durante l'ultima parte del tragitto, il karma si è manifestato sotto la forma di una perdita di gasolio dal serbatoio, che ci ha costretti a una sosta forzata di oltre un'ora; pagherei per poter conoscere i pensieri del motociclista che si è fermato a soccorrerci e ha visto questo manipolo di dieci occidentali in un furgone carico all'inverosimile di bagagli fermi in una strada periferica nella parte più meridionale del Tamil Nadu.
Con l'aroma di chi trasporta un cargo di harbre magique al gasolio stantio, abbiamo raggiunto finalmente la nostra casa a Sathankulam, ottenendo un brunch alle 11.30 per il giorno dopo.

Mauro