Forte del mio status di Music Teacher all'Ave Maria
Matriculation School di Sathankulam, vincendo un'iniziale ritrosia, mi sono deciso a
proporre ai ragazzini un po' più grandi un'attività che non avrei
esitato a proporre da noi: ascolto con libera produzione scritta.
L'attività è estremamente semplice e molti l'avranno svolta alle
scuole medie: si tratta di ascoltare dei brani di musica
somministrati dall'insegnante e scrivere liberamente i propri
pensieri, in forma di parole singole (aggettivi, verbi, avverbi...),
piccole frasi o addirittura periodi, se non veri e propri racconti,
anche solo abbozzati. L'idea iniziale era di farlo disegnando, cosa che probabilmente tenterò in seguito.
Le mie perplessità erano molteplici: in primo luogo, questi
ragazzini non sono mai stati sottoposti a un'educazione musicale, né
tantomeno alla cosiddetta “musica classica occidentale”:
riusciranno a discernere qualche cosa, o per loro sarà un
inestricabile groviglio di suoni più o meno tutti uguali, noioso e
assolutamente non interessante? Inoltre, sempre ripensando ai miei
dubbi iniziali, se un orecchio occidentale ascoltasse della musica
classica indiana, per quanto allenato e sofisticato riuscirebbe a
malapena a orientarsi nel dedalo di virtuosismi dei singoli
esecutori, né tantomeno riuscirebbe a distinguere un raga
diurno da un raga serale e probabilmente dopo cinque minuti di
sitar cadrebbe preda di convulsioni, epilessia e miraggi.
Un risveglio particolarmente poco fiducioso in me stesso e nel Cosmo
in generale (di quelle mattine in cui maledici il creato per il solo
fatto di esistere) mi ha fatto sentire la necessità di un nuovo
genere di attività musicali per suscitare nuovo interesse nelle mie
piccole vittime e mi dato il coraggio di osare e affrontare di petto
i miei dubbi, così la mia prima incertezza s'è trasformata in
propulsore: approfitterò di queste menti vergini per testare
direttamente sul campo un dilemma che attanaglia musicisti,
musicologi, antropologi, psicologi e compagnia bella da secoli: proverò o
smentirò l'universalità della musica! Dopo una risata sardonica in
cui rimpiansi di non avere un camice bianco, una gobba e un colorito cereo,
tornai nella realtà e mi misi a creare una playlist di brani
presenti nel mio computer e a preparare la nuova attività. Il
pensiero era costante: questi piccoli, adorabili mostriciattoli
riusciranno a distinguere Der Hölle
Rache (la celeberrima aria della Regina
della Notte nel secondo atto del Flauto Magico di Mozart) da
un gatto cui venga torta la coda? In questo caso mi sarei spinto
oltre: riuscirò a far passare la differenza tra la serenità quasi
olimpica dell'idillio agreste che apre la Sesta di Beethoven e gli
abissi vertiginosi e convulsi del terzo movimento della sonata “Al
Chiaro di Luna”?
Con questi criteri mi sono messo a scegliere alternativamente brani
che potessero ispirare le sensazioni più disparate, possibilmente
contrastanti. Non avendo previsto una simile attività, ho dovuto
fare affidamento sul poco che avevo portato con me, per ascolti
personali, quindi la sequenza di brani è stata la seguente:
- Ludwig van Beethoven, sonata op. 31 n. 2, Tempesta, III° movimento, Allegretto
- Ludwig van Beethoven, sinfonia n. 6, Pastorale, I° movimento, Allegro ma non troppo
- Sempre Lui, sonata op. 27 n. 2, Al Chiaro di Luna, III° movimento, Presto agitato
- Felix Mendelssohn, sinfonia n. 3, Scozzese, I° movimento, Andante con moto, Presto un poco agitato
- Ancora Lui, sinfonia n. 8, IV° movimento, Allegro vivace
Pausa. Non esageriamo. Riconosco di aver iniziato male, con due
errori fondamentali: ho scelto soltanto musica appartenente a
un'epoca molto circoscritta nella storia della musica e ho sparato
subito le cartucce più potenti. Nell'intento ingenuo di voler
colpire e far presa sulle mie cavie della VI° classe, ho scelto
musiche che per me sono sinonimo di bellezza sublime, che ho
dovuto tagliare con un nodo in gola.
Il risultato tuttavia è andato oltre alle mie aspettative. L'inizio
è stato titubante: i ragazzini non capivano l'”esercizio”, non
capivano che cosa scrivere, né quali fossero le parole giuste.
Alcuni di loro semplicemente copiavano parole guida che avevo scritte
alla lavagna per guidarli (ad esempio feeling, story, happy).
Ribadisco di continuo che possono esprimersi nella loro lingua e che
la loro maestra ci avrebbe aiutati nella traduzione. La cosa sembra
tranquillizzarli e porta un timido frutto: una ragazzina, al primo
ascolto, se ne esce con la parola tear, lacrima, poi un'altra
con blame, colpa, e capisco che non tutto è perduto. Certo,
molti continuano a scrivere a vanvera happy, unico esempio che
mi sono permesso di portare all'inizio, ma già chi arriva a scrivere
il contrario, sad, mi fa capire che qualche cosa filtra da
quegli amplificatori scassati.
Il secondo ascolto ha ricevuto, tra le varie parole, mare,
Kannyakumari, Biancaneve, felicità. Magnifico! Non solo le
orecchie vergini dei miei dodicenni tamil hanno individuato lo
spirito dell'inizio della Sesta di Beethoven, ma hanno anche
scardinato lo stereotipo dell'idillio pastorale e agreste che
imperversa da due secoli immaginando una giornata al mare! Qui devo
ringraziare Daniela, che mi ha affiancato nell'attività e ha avuto
l'idea vincente di far loro chiudere gli occhi e guidarli nella loro
stessa immaginazione, chiedendo loro dove si trovassero, cosa
stessero facendo e come fosse il tempo.
Il terzo ascolto ha sortito, tra le altre, queste parole: triste,
paura, disperazione dopo un fallimento, eccitazione, corsa dopo una
partita a nascondino (!)
L'ultimo movimento dell'Ottava di Beethoven ha suggerito loro rabbia
e paura (sicuramente per gli improvvisi fortissimo
che caratterizzano il brano) ma anche danza, Robin Hood, corsa nel
bosco, nuotare.
Rileggendo a posteriori i risultati della prima tranche di
ascolti, mi accorgo della straordinarietà dell'esperienza, specie se
giustapposta ai dubbi colossali che avevo in partenza, quindi, come
ho fatto inconsciamente durante la lezione, continuo con gli ultimi 5
brani, questa volta provenienti da esperienze musicali più
diversificate:
- Gabriel Fauré: Sicilienne da Pelleas et Mélisande
- Pietro Domenico Paradisi, Toccata dalla sonata in La (versione per arpa)
- Dmitrij Shostakovich, sinfonia n. 7, Leningrado, I° movimento, Allegretto, seconda metà (marcia)
- Robert Schumann, concerto per pianoforte e orchestra, I° movimento, Allegro affettuoso
- Ludvig van Beethoven, sinfonia n. 7, III° movimento, Presto
Il sesto brano, come da copione, ha fatto molta presa su molte
ragazzine, che l'hanno dichiarato loro brano preferito, hanno voluto
ballarlo e ci hanno regalato parole come amore, tristezza,
affetto, danza straniera, meditazione, acqua, volare, pianto.
La cinematografia del primo movimento della Settima di Shostakovich
ha fatto, ancora come da copione, gran successo tra i maschietti, che
hanno individuato senza dubbi una scena di battaglia, anche
influenzati dalla pantomima inscenata da me, Daniela e Alessio ex
machina, giunto giusto giusto per l'occasione. Hanno tirato fuori
nomi di armi a non finire, termini di battaglia e combattimento,
soldati (che una bambina in primo banco ha immaginato grassi!)
ma anche azione, elicottero, corsa a cavallo, furto. Credo che
farò un'attività a parte su questa composizione straordinaria.
Su Schumann si è di nuovo vista scendere la neve, la pioggia, ma
anche la noia (ho elogiato la sincerità, che quasi sempre manca in
favore di una facciata vittoriana fatta di buone maniere e falsa
partecipazione), la tristezza e la nostalgia per la madre che se ne
va.
Il Presto della Settima di Beethoven ha suggerito un po' di paura,
incubo, ma anche corsa, salti, velocità e una scena danzante a
un matrimonio.
Dani e io siamo usciti un po' frastornati dal continuo vociare, io
con un po' di amarezza per aver usato certi capolavori e
qualche dubbio sul mio operato, con la testa piena di domande e
considerazioni, ma certamente soddisfatti del risultato ben più
roseo di quel che ci eravamo immaginati.
Prossimamente ripeterò l'esperimento in altre classi con i doverosi
aggiustamenti e forse con qualche variante.
Mauro
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