mercoledì 8 agosto 2012

La musica è veramente universale?


Forte del mio status di Music Teacher all'Ave Maria Matriculation School di Sathankulam, vincendo un'iniziale ritrosia, mi sono deciso a proporre ai ragazzini un po' più grandi un'attività che non avrei esitato a proporre da noi: ascolto con libera produzione scritta. L'attività è estremamente semplice e molti l'avranno svolta alle scuole medie: si tratta di ascoltare dei brani di musica somministrati dall'insegnante e scrivere liberamente i propri pensieri, in forma di parole singole (aggettivi, verbi, avverbi...), piccole frasi o addirittura periodi, se non veri e propri racconti, anche solo abbozzati. L'idea iniziale era di farlo disegnando, cosa che probabilmente tenterò in seguito.
Le mie perplessità erano molteplici: in primo luogo, questi ragazzini non sono mai stati sottoposti a un'educazione musicale, né tantomeno alla cosiddetta “musica classica occidentale”: riusciranno a discernere qualche cosa, o per loro sarà un inestricabile groviglio di suoni più o meno tutti uguali, noioso e assolutamente non interessante? Inoltre, sempre ripensando ai miei dubbi iniziali, se un orecchio occidentale ascoltasse della musica classica indiana, per quanto allenato e sofisticato riuscirebbe a malapena a orientarsi nel dedalo di virtuosismi dei singoli esecutori, né tantomeno riuscirebbe a distinguere un raga diurno da un raga serale e probabilmente dopo cinque minuti di sitar cadrebbe preda di convulsioni, epilessia e miraggi.
Un risveglio particolarmente poco fiducioso in me stesso e nel Cosmo in generale (di quelle mattine in cui maledici il creato per il solo fatto di esistere) mi ha fatto sentire la necessità di un nuovo genere di attività musicali per suscitare nuovo interesse nelle mie piccole vittime e mi dato il coraggio di osare e affrontare di petto i miei dubbi, così la mia prima incertezza s'è trasformata in propulsore: approfitterò di queste menti vergini per testare direttamente sul campo un dilemma che attanaglia musicisti, musicologi, antropologi, psicologi e compagnia bella da secoli: proverò o smentirò l'universalità della musica! Dopo una risata sardonica in cui rimpiansi di non avere un camice bianco, una gobba e un colorito cereo, tornai nella realtà e mi misi a creare una playlist di brani presenti nel mio computer e a preparare la nuova attività. Il pensiero era costante: questi piccoli, adorabili mostriciattoli riusciranno a distinguere Der Hölle Rache (la celeberrima aria della Regina della Notte nel secondo atto del Flauto Magico di Mozart) da un gatto cui venga torta la coda? In questo caso mi sarei spinto oltre: riuscirò a far passare la differenza tra la serenità quasi olimpica dell'idillio agreste che apre la Sesta di Beethoven e gli abissi vertiginosi e convulsi del terzo movimento della sonata “Al Chiaro di Luna”?
Con questi criteri mi sono messo a scegliere alternativamente brani che potessero ispirare le sensazioni più disparate, possibilmente contrastanti. Non avendo previsto una simile attività, ho dovuto fare affidamento sul poco che avevo portato con me, per ascolti personali, quindi la sequenza di brani è stata la seguente:

  1. Ludwig van Beethoven, sonata op. 31 n. 2, Tempesta, III° movimento, Allegretto
  2. Ludwig van Beethoven, sinfonia n. 6, Pastorale, I° movimento, Allegro ma non troppo
  3. Sempre Lui, sonata op. 27 n. 2, Al Chiaro di Luna, III° movimento, Presto agitato
  4. Felix Mendelssohn, sinfonia n. 3, Scozzese, I° movimento, Andante con moto, Presto un poco agitato
  5. Ancora Lui, sinfonia n. 8, IV° movimento, Allegro vivace

Pausa. Non esageriamo. Riconosco di aver iniziato male, con due errori fondamentali: ho scelto soltanto musica appartenente a un'epoca molto circoscritta nella storia della musica e ho sparato subito le cartucce più potenti. Nell'intento ingenuo di voler colpire e far presa sulle mie cavie della VI° classe, ho scelto musiche che per me sono sinonimo di bellezza sublime, che ho dovuto tagliare con un nodo in gola.
Il risultato tuttavia è andato oltre alle mie aspettative. L'inizio è stato titubante: i ragazzini non capivano l'”esercizio”, non capivano che cosa scrivere, né quali fossero le parole giuste. Alcuni di loro semplicemente copiavano parole guida che avevo scritte alla lavagna per guidarli (ad esempio feeling, story, happy). Ribadisco di continuo che possono esprimersi nella loro lingua e che la loro maestra ci avrebbe aiutati nella traduzione. La cosa sembra tranquillizzarli e porta un timido frutto: una ragazzina, al primo ascolto, se ne esce con la parola tear, lacrima, poi un'altra con blame, colpa, e capisco che non tutto è perduto. Certo, molti continuano a scrivere a vanvera happy, unico esempio che mi sono permesso di portare all'inizio, ma già chi arriva a scrivere il contrario, sad, mi fa capire che qualche cosa filtra da quegli amplificatori scassati.
Il secondo ascolto ha ricevuto, tra le varie parole, mare, Kannyakumari, Biancaneve, felicità. Magnifico! Non solo le orecchie vergini dei miei dodicenni tamil hanno individuato lo spirito dell'inizio della Sesta di Beethoven, ma hanno anche scardinato lo stereotipo dell'idillio pastorale e agreste che imperversa da due secoli immaginando una giornata al mare! Qui devo ringraziare Daniela, che mi ha affiancato nell'attività e ha avuto l'idea vincente di far loro chiudere gli occhi e guidarli nella loro stessa immaginazione, chiedendo loro dove si trovassero, cosa stessero facendo e come fosse il tempo.
Il terzo ascolto ha sortito, tra le altre, queste parole: triste, paura, disperazione dopo un fallimento, eccitazione, corsa dopo una partita a nascondino (!)


La Scozzese di Mendelssohn ha ispirato loro inizialmente lutto, pianto e tristezza, poi neve e pioggia.
L'ultimo movimento dell'Ottava di Beethoven ha suggerito loro rabbia e paura (sicuramente per gli improvvisi fortissimo che caratterizzano il brano) ma anche danza, Robin Hood, corsa nel bosco, nuotare.
Rileggendo a posteriori i risultati della prima tranche di ascolti, mi accorgo della straordinarietà dell'esperienza, specie se giustapposta ai dubbi colossali che avevo in partenza, quindi, come ho fatto inconsciamente durante la lezione, continuo con gli ultimi 5 brani, questa volta provenienti da esperienze musicali più diversificate:

  1. Gabriel Fauré: Sicilienne da Pelleas et Mélisande
  2. Pietro Domenico Paradisi, Toccata dalla sonata in La (versione per arpa)
  3. Dmitrij Shostakovich, sinfonia n. 7, Leningrado, I° movimento, Allegretto, seconda metà (marcia)
  4. Robert Schumann, concerto per pianoforte e orchestra, I° movimento, Allegro affettuoso
  5. Ludvig van Beethoven, sinfonia n. 7, III° movimento, Presto

Il sesto brano, come da copione, ha fatto molta presa su molte ragazzine, che l'hanno dichiarato loro brano preferito, hanno voluto ballarlo e ci hanno regalato parole come amore, tristezza, affetto, danza straniera, meditazione, acqua, volare, pianto.


La celebre toccata-intervallo Rai (ora anche pubblicità Campari in versione swing, bontà loro) ha ispirato sonno e cucinare ma anche una perla come addormentarsi tra le braccia della mamma quando si è tristi, detto da una ragazzina che vive in orfanotrofio e che sogna di diventare maestra.
La cinematografia del primo movimento della Settima di Shostakovich ha fatto, ancora come da copione, gran successo tra i maschietti, che hanno individuato senza dubbi una scena di battaglia, anche influenzati dalla pantomima inscenata da me, Daniela e Alessio ex machina, giunto giusto giusto per l'occasione. Hanno tirato fuori nomi di armi a non finire, termini di battaglia e combattimento, soldati (che una bambina in primo banco ha immaginato grassi!) ma anche azione, elicottero, corsa a cavallo, furto. Credo che farò un'attività a parte su questa composizione straordinaria.



Su Schumann si è di nuovo vista scendere la neve, la pioggia, ma anche la noia (ho elogiato la sincerità, che quasi sempre manca in favore di una facciata vittoriana fatta di buone maniere e falsa partecipazione), la tristezza e la nostalgia per la madre che se ne va.
Il Presto della Settima di Beethoven ha suggerito un po' di paura, incubo, ma anche corsa, salti, velocità e una scena danzante a un matrimonio.
Dani e io siamo usciti un po' frastornati dal continuo vociare, io con un po' di amarezza per aver usato certi capolavori e qualche dubbio sul mio operato, con la testa piena di domande e considerazioni, ma certamente soddisfatti del risultato ben più roseo di quel che ci eravamo immaginati.
Prossimamente ripeterò l'esperimento in altre classi con i doverosi aggiustamenti e forse con qualche variante.



Mauro

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