Il nostro viaggio verso Madurai inizia, ebbene sì, a Nazareth; il
sillogismo si traccia da sé: Gesù è nato a Nazareth, Nazareth è
in India, ergo Gesù è indiano, anzi, tamil. Ma non divaghiamo.
A Nazareth c'è la stazione ferroviaria più vicina alla nostra
Sathankulam, che si trova a una ventina di km di distanza e l'abbiamo
raggiunta nella totale incertezza, cui oramai abbiamo fatto il callo:
passerà davvero il treno? Sarà affidabile l'orario reperito in un
unico sito internet? Per precauzione, ci siamo fantozzianamente
presentati in stazione un'ora e mezza prima. Le ragazze si fiondano
caparbiamente in biglietteria per tentare di tessere i fili del
nostro destino; a che ora parte? Alle 20? Sì...? No...? Gli
oscillamenti di capo per molti di noi restano ancora un gesto
enigmatico e, per chi scrive, quasi ipnotico. Raccogliendo un numero
di testimonianze e pareri sufficienti per costruire una statistica
attendibile, stimiamo che il nostro treno debba passare per la
stazione di Nazareth tra le 20.10 e le 20.32 ma il problema ora è un
altro: dove trascorrere l'ora che ci separa dall'arrivo del mezzo? Nelle comode,
illuminate e arieggiate panchine e sui pilastri marmorei del binario, vicino alla
biglietteria?
Naaa, troppo semplice: pare che in India il rasoio di Occam non sia arrivato, nemmeno l'uovo di Colombo. Un signore si prende subito a cuore le nostre sorti e subito benediciamo la totale mancanza di filtri dei tamil, che spesso ci ha salvato le natiche, per così dire. Il nostro anfitrione ci rivela che, se vogliamo andare a Madurai, dobbiamo attendere là. Là dove?! Là, giù infondo, dice indicando il buio. Lo stuolo di occidentali non abituati ad atti di cortesia gratuiti, non dà peso alle premure del signore, ma sono costretti a ricredersi di fronte al grigioverde dell'uniforme del bigliettaio che, in un idioma sconosciuto tra l'inglese indiano e l'eschimese classico, ci informa che ci conviene spostarci alla fine del binario, infondo infondo. Nell'incertezza che oramai è diventata regola fissa del gioco, ci stabiliamo nell'ultimissima panchina e attendiamo. Alle 20.25 l'apparizione del treno ci sembra un angelo luminoso. Saliamo, pronti ad affrontare 4 ore di viaggio. Il treno non è affatto male: sedili imbottiti, ben ventilato, non troppo affollato. I soliti tamil curiosi, poco avvezzi al nostro pallore e alle nostre vene verde-blu, ci avvicinano e si fanno fotografare con noi. Un gruppo parte a cantare e noi, con un certo piglio italico sfoggiamo un vago, sopito e impolverato onor di patria e rispondiamo: Bella Ciao e Quel Mazzolin di Fiori; non aggiungo altro.
Naaa, troppo semplice: pare che in India il rasoio di Occam non sia arrivato, nemmeno l'uovo di Colombo. Un signore si prende subito a cuore le nostre sorti e subito benediciamo la totale mancanza di filtri dei tamil, che spesso ci ha salvato le natiche, per così dire. Il nostro anfitrione ci rivela che, se vogliamo andare a Madurai, dobbiamo attendere là. Là dove?! Là, giù infondo, dice indicando il buio. Lo stuolo di occidentali non abituati ad atti di cortesia gratuiti, non dà peso alle premure del signore, ma sono costretti a ricredersi di fronte al grigioverde dell'uniforme del bigliettaio che, in un idioma sconosciuto tra l'inglese indiano e l'eschimese classico, ci informa che ci conviene spostarci alla fine del binario, infondo infondo. Nell'incertezza che oramai è diventata regola fissa del gioco, ci stabiliamo nell'ultimissima panchina e attendiamo. Alle 20.25 l'apparizione del treno ci sembra un angelo luminoso. Saliamo, pronti ad affrontare 4 ore di viaggio. Il treno non è affatto male: sedili imbottiti, ben ventilato, non troppo affollato. I soliti tamil curiosi, poco avvezzi al nostro pallore e alle nostre vene verde-blu, ci avvicinano e si fanno fotografare con noi. Un gruppo parte a cantare e noi, con un certo piglio italico sfoggiamo un vago, sopito e impolverato onor di patria e rispondiamo: Bella Ciao e Quel Mazzolin di Fiori; non aggiungo altro.
Il viaggio si svolge in una civiltà perfettamente europea per la
prima ora, ora e mezza, per poi dar spazio alla caciara che ci è ormai familiare: chi
va a dormire sulla bagagliera sopra i sedili, chi preme per passare,
piedi e gambe ovunque, matrone corpulente (le stesse dei bus,
onnipresenti) con figliolanza al seguito messa sapientemente a
pisolare sul pavimento del corridoio, chi acquista cestini dai soliti
venditori d'assalto che propugnano pietanze di riso o parotta
in confezioni di alluminio, i cui vuoti puntualmente spariscono inghiottite
dal finestrino.
L'arrivo a Madurai è stato accolto con gioia contenuta e aplomb
britannico: spintoni, imprecazioni contro Iddio e gli uomini,
calpestamenti, scene di panico, grida e manate... as usual.
Il primo impatto con la città è stato, per quanto mi riguarda,
sinceramente brutto e la bruttezza è divenuta palpabile,
udibile, visibile e polimorfa sotto la luce di un sole torrido la
mattina dopo: lo squallore dei negozi all'occidentale che stritolano
le bottegucce sporche e tentano di nascondere con pietose lastrone di
cemento le fogne a cielo aperto, il fetore a tratti insopportabile ed
esaltato da un sole impietoso, la calca di piazzisti, imbonitori,
venditori o semplici curiosi che tentano (e talvolta riescono nel
loro intento!) di irretire i pochi, ricchi occidentali, autentici
portafogli ben imbottiti ambulanti, il traffico soffocante e
irrazionale, la guida a sinistra ma anche a destra, la moto che deve
passare proprio dove stai passando tu (e che probabilmente pensa la
stessa cosa!), il camion che deve parcheggiare esattamente nel
fazzoletto d'ombra in cui ci si ripara, il rumore assordante,
penetrante, insistente, parossistico dei clacson, le trombe ridicole
dei taxi, il grido reiterato e instancabile dei venditori, il rombo
di motori vecchi, l'idea inquietante di star respirando pesantissimi
gas di scarico e quantità industriali di polvere e fumo. Tutto
assolutamente pittoresco e, ripeto, sinceramente brutto, ma un
brutto da vivere, vedere e in cui tuffarsi, perché, come nel caso
dell'infausto Tirunelvelius Frigidus, si tratta di un altro
figlio deforme e claudicante di Oriente e Occidente.
Tra i miasmi delle fogne, i rumori incessanti che stancano il corpo e
la mente, i profumi delle botteghe di caffè e incensi (ahimè rare)
e l'odore invitante dei vari chioschi al grido di “fritto è
buono”, la visione: si scorge in lontananza una sorta di gigantesca torta nuziale; avvicinandosi ci si accorge che è variopinta,
avvicinandosi ancor di più s'inizia a non percepire più i rumori,
poi più gli odori: oramai tutti i sensi sono convogliati alla vista che, dopo tante contraddizioni, si trova di fronte a quella più
eclatante, gigante, lussureggiante: il gopuram est del tempio
di Sri Meenakshi, uno dei templi più grandi e
celebrati di tutta l'India. Il nostro primo impatto con questo tempio
è stato, appunto, la porta (gopuram, nella terminologia
indiana) orientale: una colossale torre che, piano dopo piano, si
rastrema verso l'alto, creando un effetto ottico impressionante. La
torre è interamente ricoperta da centinaia di statue e rilievi
incredibilmente variopinti: ci si potrebbe perdere tra figurazioni
di divinità, di loro manifestazioni, di mostri grotteschi e
improbabili, posizioni di danza, scene di musica e davvero tanto
ancora. La prima domanda che mi è venuta, da occidentale dalla mente
inguaribilmente storicista, è stata: possibile che questi colori
siano sopravvissuti per tutti questi secoli? Passando sotto al
gopuram, dopo una perquisizione paranoica stile aeroporto,
leggo che il tempio è stato abbondantemente restaurato negli anni
'60 del Novecento, dove probabilmente sono state impiegate delle
vernici e degli smalti, che rendono il colore che vediamo oggi tanto
sgargiante, addirittura cartonesco.
Il tempio è in realtà un agglomerato di templi, una vera e propria
cittadella: i gopuram d'ingresso sono 4, e ognuno dà accesso
a una parte del tempio, che assume quindi uno spazio ciclico, non
direzionale e policentrico, un labirinto in cui non è difficile
smarrirsi.
Di fronte alla porta sud si accede a una grande vasca per le
abluzioni rituali, circondata da spalti; durante la nostra visita era
vuota e l'aspetto era quello di un'arena abbandonata all'incuria
(nemmeno il tempio è immune dalla spazzatura). Addentrandomi nel
tempio sono stato completamente rapito dai lunghi corridoi ritmati da possenti colonne, scolpite in una severa pietra scura, dall'aspetto
geometrico e spezzato, quasi elementi meccanici. Molte colonne sono
vere e proprie sculture di esseri divini e mostruosi (nessuno lo sa
con precisione e la guida acquistata all'interno del tempio
evidentemente non ritiene necessario sviscerare questi vezzi
storicistici occidentali!), dee/donne dai seni sferici, elefanti
scolpiti in modo molto realistico, ma con un tratto aspro e uno
sguardo audace che mi ricorda alcune stampe giapponesi nei dettagli
puntuti dei particolari anatomici e nelle movenze affettate e
artificiose, eternate nella pietra scura. Alzando lo sguardo, si
notano la parte terminale del capitello e il soffitto dipinti a
colori luminosissimi e smaltati, nettamente contrastanti con l'austerità della
pietra nuda che costituisce colonne e sculture.
L'atmosfera è satura di suoni e odori di ogni genere, ma prevalgono
i rumori della calca dei fedeli oranti, il suono quasi ossessivo
della musica diffusa tramite altoparlanti e i profumi dei fiori e degli incensi.
Trovo un corridoio semivuoto, con pochi uomini in preghiera silenziosa
di fronte a divinità rinchiuse in cellette, il soffitto nero di
pipistrelli; qui mi siedo e raccolgo un paio di idee che butto giù
malamente nel mio taccuino, sto per assopirmi. La voglia di visitare
il tempio però mi ridesta e mi dà la forza di proseguire verso il
suono. Capito in una sala dalla familiare forma basilicale in cui si
sta adornando la statua della compagna di Shiva cui è dedicato il
tempio. La folla eccitata dalla musica prega rumorosamente, si muove; io cerco riparo e riesco ad appoggiarmi a una colonna, in modo da
ascoltare la musica dal suono vivo degli strumenti, tento di evitare il
gracchiare degli altoparlanti. Degli uomini stanno suonando due
strumenti molto simili a bombarde (non ne conosco il nome, ma hanno
un corpo lungo circa quanto un oboe, con la tromba molto svasata e
un'ancia doppia, suono aspro e crudo) e un numero indefinito di
percussioni. Alcune cose attraggono subito la mia attenzione: il
volume altissimo e il ritmo spezzato, non lineare né direzionato, un
po' come l'architettura del tempio. Anche qui la danza, il ritmo,
l'eccitazione e l'ebbrezza portata da questi sono parte integrante
del culto. Ad un certo punto nella “basilica” viene acceso un
motore, e la divinità inizia a venir trasportata su una sorta di
trattorino in giro per il tempio, seguita e osannata dai fedeli, circondata da una nube mistica al diesel. Frastornato dai
suoni e dai fumi del gasolio, decido di non seguire il corteo e
torno ad aggirarmi per nuove sezioni del tempio. Ovunque piccoli
altari dedicati a questa o quella divinità ospitano donne e uomini
in devozione; le espressioni, i gesti, le parole mugugnate a metà, a
bocca socchiusa e sguardo perduto sono esattamente gli stessi che si
potrebbero vedere alla recita di un Rosario da parte delle persone più
pie. Acquisto un libriccino illustrativo sul tempio e continuo il mio
peregrinare, fino a trovarmi di fronte a una delle attrazioni del
tempio: un vero, vivo e vegeto elefante indiano, che mi lascia
completamente di stucco. Non avevo mai osservato da vicino questa
bestia primitiva e rugosa, con la sua incredibile proboscide e le
zampone dalle unghie candide. Gli occhi sono pressoché umani e
trasudano stanchezza e mestizia, circondati da rughe che li fanno
sembrare ancor più tristi e malinconici. L'elefante è bardato con
un telo rosso ricamato d'oro che ne copre l'intero dorso, la testa è pure adornata
ed è incatenato a una gamba, pur nella sua rassegnazione che lo
rende tanto mansueto. Lancio un'ultima occhiataccia di sufficienza
alle innumerevoli bancarelle che sovraffollano l'interno del tempio,
m'immergo per l'ultima volta nelle amate e solitarie fughe di colonne e mi dirigo
verso l'uscita, incontrando finalmente gli altri amici. È sera
inoltrata, abbiamo atteso invano le 21 speranzosi di poter assistere
a uno spettacolo di danza classica indiana, ma purtroppo la nostra
attesa è stata vana e le informazioni a riguardo scarse e
contraddittorie.
Una buona cena in un ristorantino e una bella doccia ci hanno rimessi
in sesto, giusto per continuare l'attività che più ci ha visti
impegnati in questo fine settimana, il solito, contagioso, cronico
shopping.
Già nel pomeriggio ci eravamo cimentati in un collettivo svuotamento
di tasche, facendoci irretire (e anche gabbare) da più di qualche
venditore, sarto, bottegaio, ciarlatano: la ben nota facilità degli
indiani ad attaccar bottone (pare sia scortese non conversare con il
proprio vicino in autobus, e nessuno si fa problemi a sbirciare -o
palesemente guardare!- il libro che stai leggendo o le foto che stai
scorrendo nel display della fotocamera!) unita al mestiere di
venditore diventa qualche cosa di incontenibile, un gioco che
all'inizio si accetta, poi purtroppo l'invadenza incessante diviene insopportabile: non solo i bottegai ti chiamano o ti attirano in
qualche modo all'interno del loro negozio, ma gli sfortunati a non
possedere un negozio nelle immediate vicinanze della cittadella del
tempio, mandano i loro emissari che, in modo più o meno garbato,
procacciano clienti. A me è capitato con un sarto, un ragazzo della
mia età di nome Ganesh (proprio come il dio elefante, portatore di buona sorte) con camicia e dothi bianchi che mi ha condotto nella
bottega del padre e, dopo avermi accuratamente preso le misure e
avermi fatto scegliere le stoffe, mi ha confezionato due paia di
pantaloni e una camicia, il tutto in meno di tre ore. Naturalmente le
cose, dopo un po', sono precipitate e, con gli ordini degli
altri membri del gruppo per sé, amici e parenti, i sarti sono
impazziti e, pur di non perdere il cliente e non contravvenire
all'attesa di due/tre ore, si sono messi a fare lavori decisamente
più approssimativi.
Mi sono dilungato decisamente troppo, chiedo scusa ai lettori che si sono azzardati sino alla fine del mio disordinato sproloquio, ma descrivere a parole un'esperienza tanto densa di stimoli sensoriali, per quanto breve, è davvero complesso: anche un accadimento minimo quaggiù assume una valenza speciale, perché ci si sente lontani dal proprio mondo e perché è tutto molto diverso da quello cui si è abituati e quasi tutto, pare, segue una sua logica, talvolta spietata, talvolta vincente.
Mauro
Beissimo!
RispondiEliminaSei bravo a raccontare, è proprio la complessità degli stimoli sensoriali che si fondono in un tutto così difficile da dipanare che rende l'India così unica...
RispondiEliminaBellissimo!! Grazie Mauro... sembra di esser stati la'!
RispondiElimina