mercoledì 5 settembre 2012

La (ri)scoperta di casa


“The captain is happy to inform that we are perfectly landed in Venice  Marco Polo airport, have a good day”.

Le cinture si slacciano, e I passeggeri si affannano a ritirare le borse per avviarsi verso l’uscita. Mi aspettano mamma e papà all’uscita, al ritiro bagagli li intravedo ad attendermi, in mezzo alla folla con i cartelli per farsi notare dalle persone indicate. Sono  molto contenti, e lo sono anch’io, dopo trenta ore di viaggio sono molto felice di vedere delle facce conosciute.
“Come è andato il viaggio? Allora, com’era l’India?” Difficile dare una risposta alla seconda domanda:  troppi ricordi, troppi stimoli, troppe emozioni per tradurre tutto in un aggettivo.
Salgo sulla macchina, paghiamo il parcheggio alla biglietteria automatica e via in autostrada. Mia madre mi chiede se posso alzare il finestrino, perché l’aria le da fastidio. Superiamo un autobus, lo guardo scorrere accanto all’auto: motore, ruote, finestrini, porta automatica
 Aspetta: finestrini e porta automatica?
E di colpo ritorno indietro, i ricordi mi ricatturano.
Silenzio. La prima cosa che mi ha colpito è stato il silenzio, nelle strade e nei marciapiedi. Maledicevo il rumore costante di clacson, ora  mi sorprendo per la sua assenza. I finestrini chiusi, persone che si preoccupano per l’aria corrente. In autostrada vedo Autogrill dove mi sarei aspettato di trovare baracchini di frittolino, caffè e chai.
Il giorno successivo, camminando per le strade di Padova, provo una sconcertante sensazione, che non provavo dai primi giorni di luglio, lo spaesamento. Una sensazione inaspettata, che dopo i primi tempi in India avevo quasi dimenticato. Mi sembra quasi insolito sentire in bocca il sapore dell’umidità, invece di quello della sabbia.
Quanto tempo passerà ancora, prima che i ricordi si affievoliscano,che perdano il vigore dell’esperienza? Rileggo le pagine del diario personale che ho scritto durante questi mesi, vorrei prendere i ricordi e imprigionarne la vividezza, far sì che restino il più possibile reali, il più a lungo possibile.
Voglio vedere il tramonto arancione sulle risaie verdi di Satankulam con la stessa nitidezza di quando lo guardavo dal pulmino dell’Ave Maria, tornando a casa. Voglio conservarlo così il più a lungo possibile. Capisco allora che l’unico modo di farlo sono le testimonianze che lasciamo nei diari, nei quaderni, su questo blog. Ogni parola scritta, ogni foto, ogni filmato è un punto per aggrapparsi e resistere alla corrente che trascina i ricordi verso l’oblio.  Le sfide non sono finite all’aeroporto di Venezia, ma continuano anche adesso nella nostra memoria, nella nostra pelle, cercando di far rimanere lì le esperienze vissute, cercando di non farle fuggire, di non farle andare via, legandole forte alle testimonianze, alle fotografie, alle parole.

Alessio

lunedì 27 agosto 2012

L'avvocato del diavolo


Voglio esprimere, in un articoletto che risulterà certamente antipatico, gratuito e parziale, uno sfogo esclusivamente personale, per dar voce anche ai momenti che hanno segnato picchi di calo verticale dell'entusiasmo di partenza, per segnalare le grosse difficoltà cui un occidentale può trovarsi al cospetto vivendo quaggiù (checché ne dicano guide cartacee e on-line) e semplicemente per fare, appunto, l'avvocato del diavolo, con una punta di malizia nei confronti delle numerose persone che, prima della mia partenza, hanno osannato questo Paese senza se e senza ma e per quanti ne abbiano un'idea idilliaca e idealizzata.
Ci tengo a ribadire che neanche per mezza giornata siamo stati turisti e che la nostra esperienza si è svolta in un villaggio nell'estremo sud dell'India, una briciola rispetto alla globalità del subcontinente.
Inoltre, scrivo a una manciata di giorni dalla conclusione del nostro S.V.E. e, si sa, quando si avverte la fine di qualche cosa (percorso di studio, relazione, sforzo fisico eccetera) le contraddizioni e i dolori si acuiscono esponenzialmente sino a sembrare macigni insostenibili e invalicabili portando qualcuno, talvolta, al tracollo e a cedere all'istinto di mollare.
Per quanti si dovessero chiedere (legittimamente) dove siano i lati positivi dell'esperienza, rimando alla lettura degli altri begli articoli presenti in questo blog: questo è un articolo dichiaratamente negativo e, senza mezze misure, destruens.
Di cose belle e memorabili ne ho viste e vissute in gran quantità, in parte ne ho già scritto e forse ne scriverò ancora.
Non si leggano parole di rabbia cieca, gratuita e immediata ma, ripeto, uno sfogo scritto di getto con limpido senso di accettazione e una certa serenità che voglio esternare, perché ritengo giusto condividere anche quanto di brutto e di negativo si sia provato nel corso di questa esperienza.
Non si leggano nemmeno sensi di rifiuto, ottusità né tantomeno di presunta superiorità nei confronti di questo Paese e questo Popolo: esprimerò esclusivamente giudizi a pelle e di natura estetica, nel senso etimologico del termine.
Dopo questa lunga premessa, scritta per rispondere preventivamente a eventuali critiche (che comunque auspico!), inizio a sfogare il mio senso di saturazione dopo due mesi in Tamil Nadu con due parole, che lascio nell'etere del www come un epigramma:

SONO STUFO

sabato 25 agosto 2012

Paramecium?? No, Pediculus humanus capitis

Stai attento che...
Fai attenzione a...
Controlla sempre se...
e quando si giunge alla fine, quando oramai ti senti a casa, quando trovare una mucca davanti casa inizia a sembrarti normale e tu dimentichi che il pericolo è sempre in agguato e pronto a colpire, eccolo che sferra il sua attacco e s'impossessa della tua testa: IL PIDOCCHIO!!
Ebbene si, io ed un altra ragazza (x ora) ce li siamo presi, come? da chi? da quanto tempo?? E chi lo sa, sappiamo che stiamo convivendo con questi piccoli esserini grandi pochi millimetri, le cui uova (a forma di goccia) si attaccano al capello a non più di 1,5 cm dalla cute, principalmente sopra al collo e dietro le orecchie dove la temperatura di 37° è la loro preferita (questo dicono le sacre scritture di Internet) la mia esperienza dice invece che sia il centro della testa il loro preferito; ma non dilunghiamoci troppo sull'anatomia del suddetto parassita.
Dato che qui non sono possibili rimedi della nonna come cospargersi di maionese e aceto i capelli, o super tecnologie come la lavatrice e poter lavare il bucato a 60°, gli abiti restano in quarantena per 2 gg (dato che il pidocchio non sopravvive più di 48ore lontano dalla testa) e un ulteriore precauzione è mettere il bucato in freezer per una notte dato che le basse temperature non piacciono particolarmente ai nostri amichetti.
E come speriamo quindi di sconfiggerli? Con i prodotti portati appositamente dall'Italia che mi hanno gentilmente prestato dato che io me li sono dimenticata e quelli che vendono qui sono in realtà per ammazzare i pidocchi delle piante. Ogni volta che ci si lava i capelli facciamo le scimmie, non per la somiglianza estetica causata dalla mancanza di un estetista ma perchè ci spulciamo a vicenda. Hai trovato pidocchi?? morti? quanti?
hai trovato lendini (uova)? quante? ma sono bianche o marroni (quest ultimo colore indica che sono morte)? sembra d essere tornati ai primi gg quando non facevamo altro che parlare delle condizione dei nostri problemi intestinali, ora non facciamo altro che parlare di pidocchi. Il nostro rientro in Italia è vicino, speriamo di non portarci dietro qualche animale locale altrimenti in dogana rischiamo che ci fermino per trasporto illegale d animali esotici.
E per finire, se avete qualche consiglio scrivetecelo pure.
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AGGIORNAMENTO 26/08 h 14.20 indiane
L ultimo bollettino informa che altri 3 combattenti sono caduti vittime dei pidocchi.

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AGGIORNAMENTO 28/08 h 20.12
La nostra squadriglia non procede bene, un altro caduto.

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AGGIORNAMENTO
Avevo scordato d'aggiornare ma durante il viaggio di ritorno abbiamo perso altri 3 combattenti. Forse da allora ci sono state altre perdite ma al momento non me n'è ancora stata data notizia.

Fabiana

giovedì 23 agosto 2012

La Gazzetta del Tamil Nadu

Per dovere di  cronaca, mi preme dirvi che il giornale locale qualche giorno fa parlava di noi, del nostro operato e della nostra partecipazione alla manifestazione che si è svolta a scuola per celebrare l'anniversario dell'Indipendence Day indiano.
Bellezze da prima pagina a parte, quali sono le news?
I volontari in quest'ultima settimana hanno utilizzato i loro giorni di vacanza mensili per sbirciare al di là dei Ghati, e raggiungere il verde e paradisiaco Kerala , con le sue grandi palme di cocco, la forza del Mare Arabico, il silenzio delle Backwaters , riflessi d'acqua negli occhi e parole nuove sulla lingua. Hanno giocato a Cricket con i ragazzi dell'orphanage di Virudhunagar. Hanno partecipato a due tradizionali matrimoni indiani, indossando con comprovata naturalezza sari scintillanti e dhoti da cerimonia.
Organizzano le attività e la cena conclusiva prima della partenza.
Iniziano a riempire le valigie e a valutare cosa lasciare a Sathankulam e cosa portare con sè. 
Stimano il peso delle valigie perchè sono già piene di ricordi pesanti , di cose che devi tenere strette nel tuo personalissimo bagaglio a mano, perchè su questi ricordi c'è scritto il tuo nome, e ti verranno a cercare quando sarai a casa e odorerai ancora di spezie, di vento polveroso.

Daniela



giovedì 16 agosto 2012

Incontri ravvicinati ad Auroville


Approfittato del lungo ponte pre-Indipendence Day, che cade lo stesso giorno di quello che 7000 chilometri più a nordovest chiamiamo Ferragosto, ci prendiamo alcuni giorni di vacanza per un
tour nel Tamilnadu settentrionale. Giunti alla volta della francesizzante Pondicherry ci  dirigiamo verso Auroville. Che cos'è Auroville? Si tratta di una comunità  immersa nel verde, fondata nel 1968 dalla mistica francese Mirra Alfassa, nota come La Mere, la Madre, con l'obiettivo di perseguire una città universale, libera da barriere di ogni tipo e  fondata sulla cooperazione e il rispetto reciproco.
Al primo impatto si rimane colpiti dalla calma e dal silenzio che permeano il Visitor Center della  comunità: agli antipodi rispetto al caos imperante nelle città indiane. Il villaggio in cui si trova la guesthouse in cui decidiamo di pernottare ha un nome che, come tutti gli altri villaggi della comunità, esprime al meglio l'essenza aurovilliana: Fraternity. L'architettura è talvolta davvero eccentrica:  particolarmente  impresse mi sono rimaste alcune case a forma di Ufo, un pò come venivano immaginati i paesaggi del futuro negli anni '70.
La comunità è  composta da uomini e  donne provenienti da tutto il mondo, alcuni con evidenti richiami al periodo hippy.
Inevitabile dunque imbattersi in nostri connazionali: nel giro di nemmeno mezz' ora facciamo conoscenza prima di due ragazzi bergamaschi, di cui uno dei due figlio di un eurovilliano della prima ora, venuti a  trascorrere un soggiorno di un mesetto circa, e poi di Antonio, anche lui bergamasco, trentaquattro anni, aurovilliano da quattro, facilmente "smacherato" dal tricolore presente nella t-shirt, di professione pizzaiolo, stesso lavoro che, ci dice, svolgeva in Italia. Spinti dalla curiosità che può provocare una scelta di vita simile, quella di prendere e partire per trasferirsi in una comunità di paese così lontano, ci racconta di come abbia iniziato una nuova vita partendo con  la moglie, istruttrice di nuoto in Italia come ad Auroville e due figli piccoli, che all' epoca avevano rispettivamente un anno e due anni e mezzo, raccontandoci di come le difficoltà di adattamento per quest'ultimo non siano state poche nè indifferenti.