
Le
sconfinate pianure desertiche rosse, punteggiate di palme; la calura
estrema di un sole oramai equatoriale mitigata dal dolce monsone
estivo; i villaggi brulicanti di lavoro incessante e noncurante;
quest'India meridionale, genuina, rurale, a tratti pre-industriale
-osservata dal finestrino di un autobus sconquassato che potrebbe
aver visto nascere mio nonno e che fa percepire ogni minima
irregolarità del suolo (di cui questo suolo non è affatto povero!)-
ci trova improvvisamente al cospetto di un mostruoso gigante
refrigeratore che, dai 40° (?) dell'esterno ti risucchia nei suoi
visceri fino a scaraventarti ai 23°, 25° dell'interno, microclima
adatto alla proliferazione di un insidioso parassita venuto da ovest,
conosciuto come
consumo. La
belva di cui sopra (noto ai più con il nome di
Thirunelvelius
Frigidus) secondo la genealogia
che si perde nel mito, sarebbe uno dei figli di Occidente che, in una
torrida notte d'estate, abusò di Oriente, la quale tuttavia non gli
si negò completamente, tanto che ne riconobbe, in questo caso, la
prole. Si riscontrano infatti somiglianze con entrambi i genitori,
anche se prevalgono quelle del padre:
tutto mammà
sono il portale e il soffitto della hall, entrambi in vero legno
istoriato, ricordo commovente della mano dell'uomo su un materiale
generalmente non gradito al
consumo,
troppo duro per i suoi denti. Un'altra resistenza della dolce Oriente
sull'irruenza di Occidente si nota nella partizione equa tra prodotti
ready made e tessuti
da acquistare al metro per (farsi) confezionare i propri abiti.
Colà
la nostra combriccola è stata inevitabilmente attratta dagli effluvi
che promanano dal Thirunelvelius Frigidus,
secreti grazie all'azione del parassita sulle cellule morte della
creatura e, dopo essere penetrati nelle sue fauci, le secrezioni
hanno acquisito la forza dirompente di una droga magnifica, leggera e
aerea, pericolosa ma non necessariamente letale, che fa presa
soprattutto sul cromosoma X.
Le
Nostre, candidamente inconsapevoli e per nulla inclini alle facili
lusinghe del parassita, hanno inalato a pieni polmoni l'aria densa
d'oppio che permeava l'interno delle guance della creatura,
facilitando l'inesorabile digestione del mostro e facendosi
trasportare fin giù nell'esofago e quindi nello stomaco,
esplorandolo in ogni suo
tessuto,
soprattutto quello noto come
sari.
Il sari, patrimonio genetico da parte della madre, fa particolarmente
presa sui soggetti presi in esame per via delle fantasie
lussureggianti, dei colori sgargianti e della foggia conturbantemente
orientaleggiante.
L'aria era ormai satura di fumi e aveva irrimediabilmente leso le
resistenze delle nostre povere e ignare compagne, rendendole
vulnerabili a qualsiasi oggetto composto anche solo vagamente di
stoffa che si manifestasse di fronte ai loro occhi; secondo
approfonditi studi, condotti durante le lunghe ore in attesa della
travagliata digestione del mostro da una prestigiosa equipe di
scienziati, l'inebetimento che colpisce il cromosoma X sarebbe
inversamente proporzionale all'entità del numero stampigliato sul
cartoncino che contraddistingue ciascun prodotto. Da lunghe e
pazienti osservazioni sul campo, inoltre, è emerso che i soggetti
più deboli sono stati prede anche di ninnoli e cosmetici, ma in
misura trascurabile e tendenzialmente isolata.
I cromosomi Y, invece, oltre a essere pressoché immuni al veleno,
tendono – causa la loro forma – ad incastrarsi tra i denti del
mostro, dove possono bivaccare anche per diverse ore, cianciando e
limitandosi ad esplorare le immediate vicinanze del cavo orale,
concedendosi al massimo una breve (ma fruttuosa) escursione nelle
viscere.
Usciti
dalle budella del
Tirunelvelius Frigidus, un
dolce vento ha aiutato i nostri cervelli a non squagliarsi nella
calura (ormai al crepuscolo) e lentamente a riprendere le forze,
necessarie per affrontare il viaggio verso casa: non un ritorno vero
e proprio in cui si ripercorre a ritroso la via dell'andata, ma un
nuovo viaggio più lungo e accidentato. Tra sballottamenti che ti
fanno sentire una fogliolina di menta nello shaker di un barman
acrobatico, svariate gaffes riguardo alle precise disposizioni sulla
distribuzione di uomini e donne in autobus, siamo riusciti a creare
un mezzo incidente diplomatico (di natura ancora oscura), ad
assopirci e a conoscere i nostri vicini: l'uomo alla mia sinistra, di
cui ho spudoratamente finto di capire il nome, mi ha fatto capire di
essere un elettricista mostrandomi il cercafase che teneva nel
taschino; quello alla mia destra, recando con sé un mezzo banano, ho
dedotto che fosse un fruttivendolo o un coltivatore, evidentemente
troppo stanco per rivolgermi la parola.
Con
le mani nere per il ferro consunto dei sedili, il culo bagnato di
sudore per le due ore trascorse su uno strato di terrificante
simil-pelle (per gli amici plastica),
unti e mollicci, inconsapevoli degli odori assunti, tra un sorriso,
uno sbadiglio e un cleenex, abbiamo pensato che è questa,
finalmente, l'India che volevamo trovare.
Mauro
ha ha ha ha, la faccia di fatima è molto indicativa dello stato psicofisico del gruppo! Immagino dopo il passaggio delle signorine abbiano chiuso il centro commerciale pe runa meritata settimana dfi ferie...tanto l'incasso di luglio ormai era fatto!!
RispondiEliminaEmiliano