lunedì 6 agosto 2012

Tema: turismo indiano.


Il turismo indiano è una cosa strana. È come un'aranciata che si trova in India. Come la “Mirinda”, l’aranciata fatta senza frutti.
Quello che più mi ha colpito non sono gli sguardi verso di noi. Seppur alla lunga sono un po’ fastidiosi, questi occhi puntati possono essere anche ignorati, almeno fino a quando non si sporgono dai sedili per una radioscopia femminile europea (cosa che però mi riguarda solo in parte).
Non sono neanche le foto che a gran richiesta vogliono fare con noi, nella solita posa “cacciatore bianco con membro della tribù della savana”. A questo ci si abitua più faticosamente, ma a nulla servono le imprecazioni in friulano che mi sovvengono spontanee al sessantesimo obbiettivo Nokia che mi si presenta davanti al naso.
Nemmeno la capacità di trasformare un tempio induista nella sagra della porchetta mi ha impressionato. Sembravano quasi ignari che  quel monumento fosse stato eretto in onore di Swami Vivekananda, poeta bengalese paragonabile a un Dante indiano, per importanza.
Quello che più mi ha impressionato, da patetico occidentale amante dei viaggi nella natura e che evita le spiagge troppo affollate, è la loro propensione a sfruttare fino al midollo il patrimonio turistico indiano.
C’è un lago? Beh, recintiamolo, costruiamo una trappola per turisti e facciamo pagare l’ingresso. Poco importa che dietro alla prima casetta ci siano barchette e vecchi addobbi in decomposizione che liberano diossina. Il turista indiano è capace di navigare per ore su un pedalò scrostato e traballante, cantando e scattando fotografie con il suo onnipresente smartphone. Mentre fatica gioioso su questi gusci di noce potrebbe non accorgersi mai dello scarpone che da dieci anni reclama quella zona di lago, assieme alle bottiglie di plastica e di vetro, che fanno da avanguardia alla schiumetta scura che bivacca pacifica in alcune insenature: sembra non accorgersi o sembra non importargli della cosa. Tanto a riva lo aspetta il negozio di souvenir con la cascata di cioccolata e la casa dell’orrore.
Sembra che non gli importi nemmeno fare il viaggio stretto come sardine su un treno a vapore, inserito nel patrimonio dell’Unesco. Finchè c’è la musica dal cellulare ad alto volume e finchè si grida quando il trenino entra nelle gallerie, il divertimento è assicurato. Non interessa se il viaggio lo si fa in piedi in quindici, in uno scompartimento da nove persone.
E quando si trovano di fronte ad una cascata naturale, alimentata dalle piogge monsoniche? Beh, semplice: una colata di cemento e dei corrimano per dividere maschi e femmine. Poi poni una guardia con un bastone per scandire militarmente  il flusso di donne che si fanno la doccia con il bagnoschiuma, e lasci la parte maschile a sé. Il risultato che otterrai sarà uno mucchio di maschi urlanti che spingono con mascolino furore per arrivare a bagnarsi e si puntellano gridando quando raggiungono la cascata, oltre che a una salubre acqua bianca-sapone che scende a valle sotto gli scarponcini delle guardie che con il bastone garantiscono la disciplina nella parte femminile delle cascate.
Quello che mi è sorto spontaneo pensare è “perché”?
Forse il tutto è dovuto all’invasione della ricchezza che li sta conducendo verso il tipo di rapporto deleterio col territorio su cui noi ora stiamo discutendo con risultati più o meno soddisfacenti. O forse è semplicemente l’atavica approssimazione indiana riconoscibile negli orari, nelle risposte che vengono fornite, nei cenni della testa o nella guida in strada, che si riflette anche sulla gestione del patrimonio indiano e sulla fruizione del patrimonio architettonico.
Lo so, qualche lettore potrebbe obiettare il fatto che la cementificazione prosegue pressochè indisturbata anche in Italia e che lo sfruttamento del territorio italiano finirà probabilmente per prosciugare anche le nostre risorse. Ma questa, come ho detto prima, è un analisi semiseria da un punto di vista esclusivissimo: il mio. Se il lettore ha avuto un impressione diversa, sono lieto di sentirla. Se qualcuno ha trovato tranquille e rilassanti le città indiane, e ha apprezzato l’ecosostenibiltà e la discrezione del turismo indiano, sono pronto a rimangiarmi tutto, magari irrorando il tutto con i dissetanti sorsi di una naturalissima “Mirinda”.


Alessio




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