Il turismo indiano è una cosa strana. È come un'aranciata
che si trova in India. Come la “Mirinda”, l’aranciata fatta senza frutti.
Quello che più mi ha colpito non sono gli sguardi
verso di noi. Seppur alla lunga sono un po’ fastidiosi, questi occhi puntati possono
essere anche ignorati, almeno fino a quando non si sporgono dai sedili per una radioscopia
femminile europea (cosa che però mi riguarda solo in parte).
Non sono neanche le foto che a gran richiesta
vogliono fare con noi, nella solita posa “cacciatore bianco con membro della
tribù della savana”. A questo ci si abitua più faticosamente, ma a nulla
servono le imprecazioni in friulano che mi sovvengono spontanee al sessantesimo
obbiettivo Nokia che mi si presenta davanti al naso.
Nemmeno la capacità di trasformare un tempio
induista nella sagra della porchetta mi ha impressionato. Sembravano quasi
ignari che quel monumento fosse stato
eretto in onore di Swami Vivekananda,
poeta bengalese paragonabile a un Dante indiano, per importanza.
Quello che più mi ha impressionato, da patetico
occidentale amante dei viaggi nella natura e che evita le spiagge troppo
affollate, è la loro propensione a sfruttare fino al midollo il patrimonio
turistico indiano.
C’è un lago? Beh, recintiamolo, costruiamo una trappola per turisti e facciamo pagare l’ingresso. Poco importa che dietro alla prima casetta ci siano barchette e vecchi addobbi in decomposizione che liberano diossina. Il turista indiano è capace di navigare per ore su un pedalò scrostato e traballante, cantando e scattando fotografie con il suo onnipresente smartphone. Mentre fatica gioioso su questi gusci di noce potrebbe non accorgersi mai dello scarpone che da dieci anni reclama quella zona di lago, assieme alle bottiglie di plastica e di vetro, che fanno da avanguardia alla schiumetta scura che bivacca pacifica in alcune insenature: sembra non accorgersi o sembra non importargli della cosa. Tanto a riva lo aspetta il negozio di souvenir con la cascata di cioccolata e la casa dell’orrore.
C’è un lago? Beh, recintiamolo, costruiamo una trappola per turisti e facciamo pagare l’ingresso. Poco importa che dietro alla prima casetta ci siano barchette e vecchi addobbi in decomposizione che liberano diossina. Il turista indiano è capace di navigare per ore su un pedalò scrostato e traballante, cantando e scattando fotografie con il suo onnipresente smartphone. Mentre fatica gioioso su questi gusci di noce potrebbe non accorgersi mai dello scarpone che da dieci anni reclama quella zona di lago, assieme alle bottiglie di plastica e di vetro, che fanno da avanguardia alla schiumetta scura che bivacca pacifica in alcune insenature: sembra non accorgersi o sembra non importargli della cosa. Tanto a riva lo aspetta il negozio di souvenir con la cascata di cioccolata e la casa dell’orrore.
E quando si trovano di fronte ad una cascata
naturale, alimentata dalle piogge monsoniche? Beh, semplice: una colata di
cemento e dei corrimano per dividere maschi e femmine. Poi poni una guardia con
un bastone per scandire militarmente il
flusso di donne che si fanno la doccia con il bagnoschiuma, e lasci la parte
maschile a sé. Il risultato che otterrai sarà uno mucchio di maschi urlanti che
spingono con mascolino furore per arrivare a bagnarsi e si puntellano gridando
quando raggiungono la cascata, oltre che a una salubre acqua bianca-sapone che
scende a valle sotto gli scarponcini delle guardie che con il bastone
garantiscono la disciplina nella parte femminile delle cascate.
Quello che mi è sorto spontaneo pensare è “perché”?
Forse il tutto è dovuto all’invasione della
ricchezza che li sta conducendo verso il tipo di rapporto deleterio col
territorio su cui noi ora stiamo discutendo con risultati più o meno
soddisfacenti. O forse è semplicemente l’atavica approssimazione indiana
riconoscibile negli orari, nelle risposte che vengono fornite, nei cenni della
testa o nella guida in strada, che si riflette anche sulla gestione del
patrimonio indiano e sulla fruizione del patrimonio architettonico.
Lo so, qualche lettore potrebbe obiettare il fatto
che la cementificazione prosegue pressochè indisturbata anche in Italia e che
lo sfruttamento del territorio italiano finirà probabilmente per prosciugare anche
le nostre risorse. Ma questa, come ho detto prima, è un analisi semiseria da un
punto di vista esclusivissimo: il mio. Se il lettore ha avuto un impressione
diversa, sono lieto di sentirla. Se qualcuno ha trovato tranquille e rilassanti
le città indiane, e ha apprezzato l’ecosostenibiltà e la discrezione del
turismo indiano, sono pronto a rimangiarmi tutto, magari irrorando il tutto con
i dissetanti sorsi di una naturalissima “Mirinda”.
Alessio


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