giovedì 12 luglio 2012

Adattamento: il prezzo da pagare per restare in India.


Buio. È mezzanotte, o forse l’uno o le tre. In questo momento il tempo non ha importanza. Il sole non si è ancora alzato e si possono a malapena distinguere le linee di un corridoio, una panca, qualche tavolo e poco altro.
Un corpo giace sulla panca, il capo chino, pesante, rantolante. Si è accasciato lì, fuggendo dalla morbidezza del letto, perché ricerca la solidità della panchina sotto di sè. Sa che non può cedere, non può cedere a nessun istinto, ma può dormire. Si rannicchia sulla panca col capo ciondolante e si abbandona al sonno.
In un altro momento, quando non ha importanza, si sentono alcuni passi dall’altra parte, trascinati, pesanti, incerti. Dopo essere stati troppo veloci per le forze a disposizione, ora sono deboli, troppo deboli per proseguire.
Un tonfo, colpo al mento, a terra.
Solo l’eco.
Quei passi diventano uno strisciare, un arrancare consumando forse le ultime briciole di speranza. Piano piano. Verso le scale, dall’altra parte, oltre la panchina. E su, al primo piano.

Poco importa che i passi e i movimenti fossero di Valentina, che tutto questo sia accaduto di fronte alla panca sopracitata e che su quella panca ci fossi stato io, un cuscino e il Polase. Questo è stato solo l’inizio.

“diarrea del viaggiatore” recitano le guide turistiche “adaptation” la chiama Peter, il nostro referente, sorridendo. A poco a poco tutti entrano in questa fase: debolezza, malessere fisico, nausea…poi il baricentro della propria giornata si sposta sempre di più verso il bagno. Nei casi più gravi al bagno non ci si arriva neppure.
Ho visto gli sguardi di compassione della gente cambiare in timore, impauriti per un possibile coinvolgimento. Ho visto le persone guardare con sospetto un bicchiere potenzialmente usato da un altro. Ho visto i nomi impadronirsi delle bottiglie di plastica per l’acqua e la diffidenza impadronirsi delle loro menti. Ora c’è chi si rassegna al fatto che prima o poi accadrà anche a lui, e chi confida ancora nell’ essere più forte.
Io sono stato uno dei primi, ora siamo più della metà. Abbiamo guadagnato il diritto a rimanere in questo Paese, l’abbiamo guadagnato col nostro corpo, fino (e soprattutto) nelle interiora. Abbiamo superato la prova di iniziazione, abbiamo espulso ogni goccia di occidentalità dal nostro corpo e abbiamo fatto ammenda. Se in Italia questa possibilità fosse sembrata così remota da essere quasi una leggenda, abbiamo affrontato il sacrificio in onore dell’Oriente, abbiamo affrontato la leggenda.
Ora siamo ciò che tutti speravano di evitare, siamo cambiati, abbiamo accolto la leggenda, ora ne facciamo parte.
Ora siamo la leggenda.



Visione Mathesoniana della diarrea del viaggiatore, dal punto di vista di un ex-malato.

Alessio


3 commenti:

  1. Sto ridendo con le lacrime agli occhi!

    RispondiElimina
  2. come diceva renzo nei promessi sposi "sto bene non significa niente, è sto meglio la cosa che da gioia" (vabbe lui parlava di peste ma tanto fa)

    RispondiElimina
  3. Ogni cagata è un gradino verso l'illuminazione cugino
    Presto sarò dei vostri
    Efrem

    RispondiElimina