martedì 3 luglio 2012

La casa dei volontari a Sathankulam



Veniamo ospitati in una bellissima casa, ricca e opulenta nel contesto generale di povertà che caratterizza il villaggio. L'ambiente è fresco e pulito e la casa, dalla struttura e dai materiali forse dell'ultimo periodo coloniale, sembra essere stata concepita per resistere al caldo desertico, sfruttare le correnti e mantenere l'ambiente ben aerato.
Fuori, l'intonaco è di bianco accecante bordato di azzurro. L'ingresso è seguito da un'anticamera affollata dalle nostre scarpe, sandali, ciabatte, poi si succedono il refettorio e un atrio dove si è ricavato un salottino con delle sedie da giardino e un divanetto, anch'esso di sapore molto coloniale. Attorno all'atrio si sviluppano le prime camere, ampie, i muri bianchi, le travi sul soffitto e gli scuri alle finestre color verde pistacchio, ventole sul soffitto. Proseguendo dall'ingresso si giunge in un cortile interno, con cucinotto e bagni, salendo le scale invece si raggiungono i dormitori delle ragazze e le terrazze, queste ultime davvero piacevoli perché ampie e fresche, una immediatamente adibita a locale per appendere i panni bagnati.
Salendo ancora, dopo due porte inchiavardate, si arriva al tetto: una splendida terrazza completamente praticabile che offre una vista quasi a volo d'uccello sulla cittadina, oltre che uno spazio eccellente per incontrarsi, cenare o semplicemente godersi il vento. Da sopra si riesce a direzionare tutti i rumori che giungono da dentro le mura: dietro il richiamo teso e stentoreo del muezzin (che comunque è amplificato) della moschea poco lontana, di fianco la musica che proviene da chissà quale negozio o abitazione, ovunque il latrato dei numerosissimi cani, il vociare di ogni genere, i motori, il lavoro.

Godersi quest'aria magnifica che rinfresca e accarezza senza invadere né disturbare, farlo seduti in terrazza, magari fumando, guardando la vita che scorre ordinaria giù in strada, turbata solo dalla nostra presenza inusuale, ricambiare i saluti stupiti e forse vagamente deferenti della gente fa sentire un po' invasori e un po' fuori luogo, ma è utile a ricordarci il motivo per cui siamo qui: we come to aid.
E allora ci si perdona quell'ora di ozio spesa a fumare in terrazzo, ciondolando su di una poltrona coloniale.

Mauro

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