sabato 7 luglio 2012

Una gita a Tirunelveli, o “Cronaca dell'incontro con il temibile Thirunevelius Frigidus”


Le sconfinate pianure desertiche rosse, punteggiate di palme; la calura estrema di un sole oramai equatoriale mitigata dal dolce monsone estivo; i villaggi brulicanti di lavoro incessante e noncurante; quest'India meridionale, genuina, rurale, a tratti pre-industriale -osservata dal finestrino di un autobus sconquassato che potrebbe aver visto nascere mio nonno e che fa percepire ogni minima irregolarità del suolo (di cui questo suolo non è affatto povero!)- ci trova improvvisamente al cospetto di un mostruoso gigante refrigeratore che, dai 40° (?) dell'esterno ti risucchia nei suoi visceri fino a scaraventarti ai 23°, 25° dell'interno, microclima adatto alla proliferazione di un insidioso parassita venuto da ovest, conosciuto come consumo. La belva di cui sopra (noto ai più con il nome di Thirunelvelius Frigidus) secondo la genealogia che si perde nel mito, sarebbe uno dei figli di Occidente che, in una torrida notte d'estate, abusò di Oriente, la quale tuttavia non gli si negò completamente, tanto che ne riconobbe, in questo caso, la prole. Si riscontrano infatti somiglianze con entrambi i genitori, anche se prevalgono quelle del padre: tutto mammà sono il portale e il soffitto della hall, entrambi in vero legno istoriato, ricordo commovente della mano dell'uomo su un materiale generalmente non gradito al consumo, troppo duro per i suoi denti. Un'altra resistenza della dolce Oriente sull'irruenza di Occidente si nota nella partizione equa tra prodotti ready made e tessuti da acquistare al metro per (farsi) confezionare i propri abiti.
Colà la nostra combriccola è stata inevitabilmente attratta dagli effluvi che promanano dal Thirunelvelius Frigidus, secreti grazie all'azione del parassita sulle cellule morte della creatura e, dopo essere penetrati nelle sue fauci, le secrezioni hanno acquisito la forza dirompente di una droga magnifica, leggera e aerea, pericolosa ma non necessariamente letale, che fa presa soprattutto sul cromosoma X.
Le Nostre, candidamente inconsapevoli e per nulla inclini alle facili lusinghe del parassita, hanno inalato a pieni polmoni l'aria densa d'oppio che permeava l'interno delle guance della creatura, facilitando l'inesorabile digestione del mostro e facendosi trasportare fin giù nell'esofago e quindi nello stomaco, esplorandolo in ogni suo tessuto, soprattutto quello noto come sari. Il sari, patrimonio genetico da parte della madre, fa particolarmente presa sui soggetti presi in esame per via delle fantasie lussureggianti, dei colori sgargianti e della foggia conturbantemente orientaleggiante.
L'aria era ormai satura di fumi e aveva irrimediabilmente leso le resistenze delle nostre povere e ignare compagne, rendendole vulnerabili a qualsiasi oggetto composto anche solo vagamente di stoffa che si manifestasse di fronte ai loro occhi; secondo approfonditi studi, condotti durante le lunghe ore in attesa della travagliata digestione del mostro da una prestigiosa equipe di scienziati, l'inebetimento che colpisce il cromosoma X sarebbe inversamente proporzionale all'entità del numero stampigliato sul cartoncino che contraddistingue ciascun prodotto. Da lunghe e pazienti osservazioni sul campo, inoltre, è emerso che i soggetti più deboli sono stati prede anche di ninnoli e cosmetici, ma in misura trascurabile e tendenzialmente isolata.
I cromosomi Y, invece, oltre a essere pressoché immuni al veleno, tendono – causa la loro forma – ad incastrarsi tra i denti del mostro, dove possono bivaccare anche per diverse ore, cianciando e limitandosi ad esplorare le immediate vicinanze del cavo orale, concedendosi al massimo una breve (ma fruttuosa) escursione nelle viscere.
Usciti dalle budella del Tirunelvelius Frigidus, un dolce vento ha aiutato i nostri cervelli a non squagliarsi nella calura (ormai al crepuscolo) e lentamente a riprendere le forze, necessarie per affrontare il viaggio verso casa: non un ritorno vero e proprio in cui si ripercorre a ritroso la via dell'andata, ma un nuovo viaggio più lungo e accidentato. Tra sballottamenti che ti fanno sentire una fogliolina di menta nello shaker di un barman acrobatico, svariate gaffes riguardo alle precise disposizioni sulla distribuzione di uomini e donne in autobus, siamo riusciti a creare un mezzo incidente diplomatico (di natura ancora oscura), ad assopirci e a conoscere i nostri vicini: l'uomo alla mia sinistra, di cui ho spudoratamente finto di capire il nome, mi ha fatto capire di essere un elettricista mostrandomi il cercafase che teneva nel taschino; quello alla mia destra, recando con sé un mezzo banano, ho dedotto che fosse un fruttivendolo o un coltivatore, evidentemente troppo stanco per rivolgermi la parola.
Con le mani nere per il ferro consunto dei sedili, il culo bagnato di sudore per le due ore trascorse su uno strato di terrificante simil-pelle (per gli amici plastica), unti e mollicci, inconsapevoli degli odori assunti, tra un sorriso, uno sbadiglio e un cleenex, abbiamo pensato che è questa, finalmente, l'India che volevamo trovare.

Mauro

1 commento:

  1. ha ha ha ha, la faccia di fatima è molto indicativa dello stato psicofisico del gruppo! Immagino dopo il passaggio delle signorine abbiano chiuso il centro commerciale pe runa meritata settimana dfi ferie...tanto l'incasso di luglio ormai era fatto!!
    Emiliano

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