lunedì 23 luglio 2012

Due giorni a Madurai


Il nostro viaggio verso Madurai inizia, ebbene sì, a Nazareth; il sillogismo si traccia da sé: Gesù è nato a Nazareth, Nazareth è in India, ergo Gesù è indiano, anzi, tamil. Ma non divaghiamo.
A Nazareth c'è la stazione ferroviaria più vicina alla nostra Sathankulam, che si trova a una ventina di km di distanza e l'abbiamo raggiunta nella totale incertezza, cui oramai abbiamo fatto il callo: passerà davvero il treno? Sarà affidabile l'orario reperito in un unico sito internet? Per precauzione, ci siamo fantozzianamente presentati in stazione un'ora e mezza prima. Le ragazze si fiondano caparbiamente in biglietteria per tentare di tessere i fili del nostro destino; a che ora parte? Alle 20? Sì...? No...? Gli oscillamenti di capo per molti di noi restano ancora un gesto enigmatico e, per chi scrive, quasi ipnotico. Raccogliendo un numero di testimonianze e pareri sufficienti per costruire una statistica attendibile, stimiamo che il nostro treno debba passare per la stazione di Nazareth tra le 20.10 e le 20.32 ma il problema ora è un altro: dove trascorrere l'ora che ci separa dall'arrivo del mezzo? Nelle comode, illuminate e arieggiate panchine e sui pilastri marmorei del binario, vicino alla biglietteria?
Naaa, troppo semplice: pare che in India il rasoio di Occam non sia arrivato, nemmeno l'uovo di Colombo. Un signore si prende subito a cuore le nostre sorti e subito benediciamo la totale mancanza di filtri dei tamil, che spesso ci ha salvato le natiche, per così dire. Il nostro anfitrione ci rivela che, se vogliamo andare a Madurai, dobbiamo attendere là. Là dove?! Là, giù infondo, dice indicando il buio. Lo stuolo di occidentali non abituati ad atti di cortesia gratuiti, non dà peso alle premure del signore, ma sono costretti a ricredersi di fronte al grigioverde dell'uniforme del bigliettaio che, in un idioma sconosciuto tra l'inglese indiano e l'eschimese classico, ci informa che ci conviene spostarci alla fine del binario, infondo infondo. Nell'incertezza che oramai è diventata regola fissa del gioco, ci stabiliamo nell'ultimissima panchina e attendiamo. Alle 20.25 l'apparizione del treno ci sembra un angelo luminoso. Saliamo, pronti ad affrontare 4 ore di viaggio. Il treno non è affatto male: sedili imbottiti, ben ventilato, non troppo affollato. I soliti tamil curiosi, poco avvezzi al nostro pallore e alle nostre vene verde-blu, ci avvicinano e si fanno fotografare con noi. Un gruppo parte a cantare e noi, con un certo piglio italico sfoggiamo un vago, sopito e impolverato onor di patria e rispondiamo: Bella Ciao e Quel Mazzolin di Fiori; non aggiungo altro.
Il viaggio si svolge in una civiltà perfettamente europea per la prima ora, ora e mezza, per poi dar spazio alla caciara che ci è ormai familiare: chi va a dormire sulla bagagliera sopra i sedili, chi preme per passare, piedi e gambe ovunque, matrone corpulente (le stesse dei bus, onnipresenti) con figliolanza al seguito messa sapientemente a pisolare sul pavimento del corridoio, chi acquista cestini dai soliti venditori d'assalto che propugnano pietanze di riso o parotta in confezioni di alluminio, i cui vuoti puntualmente spariscono inghiottite dal finestrino.
L'arrivo a Madurai è stato accolto con gioia contenuta e aplomb britannico: spintoni, imprecazioni contro Iddio e gli uomini, calpestamenti, scene di panico, grida e manate... as usual.
Il primo impatto con la città è stato, per quanto mi riguarda, sinceramente brutto e la bruttezza è divenuta palpabile, udibile, visibile e polimorfa sotto la luce di un sole torrido la mattina dopo: lo squallore dei negozi all'occidentale che stritolano le bottegucce sporche e tentano di nascondere con pietose lastrone di cemento le fogne a cielo aperto, il fetore a tratti insopportabile ed esaltato da un sole impietoso, la calca di piazzisti, imbonitori, venditori o semplici curiosi che tentano (e talvolta riescono nel loro intento!) di irretire i pochi, ricchi occidentali, autentici portafogli ben imbottiti ambulanti, il traffico soffocante e irrazionale, la guida a sinistra ma anche a destra, la moto che deve passare proprio dove stai passando tu (e che probabilmente pensa la stessa cosa!), il camion che deve parcheggiare esattamente nel fazzoletto d'ombra in cui ci si ripara, il rumore assordante, penetrante, insistente, parossistico dei clacson, le trombe ridicole dei taxi, il grido reiterato e instancabile dei venditori, il rombo di motori vecchi, l'idea inquietante di star respirando pesantissimi gas di scarico e quantità industriali di polvere e fumo. Tutto assolutamente pittoresco e, ripeto, sinceramente brutto, ma un brutto da vivere, vedere e in cui tuffarsi, perché, come nel caso dell'infausto Tirunelvelius Frigidus, si tratta di un altro figlio deforme e claudicante di Oriente e Occidente.
Tra i miasmi delle fogne, i rumori incessanti che stancano il corpo e la mente, i profumi delle botteghe di caffè e incensi (ahimè rare) e l'odore invitante dei vari chioschi al grido di “fritto è buono”, la visione: si scorge in lontananza una sorta di gigantesca torta nuziale; avvicinandosi ci si accorge che è variopinta, avvicinandosi ancor di più s'inizia a non percepire più i rumori, poi più gli odori: oramai tutti i sensi sono convogliati alla vista che, dopo tante contraddizioni, si trova di fronte a quella più eclatante, gigante, lussureggiante: il gopuram est del tempio di Sri Meenakshi, uno dei templi più grandi e celebrati di tutta l'India. Il nostro primo impatto con questo tempio è stato, appunto, la porta (gopuram, nella terminologia indiana) orientale: una colossale torre che, piano dopo piano, si rastrema verso l'alto, creando un effetto ottico impressionante. La torre è interamente ricoperta da centinaia di statue e rilievi incredibilmente variopinti: ci si potrebbe perdere tra figurazioni di divinità, di loro manifestazioni, di mostri grotteschi e improbabili, posizioni di danza, scene di musica e davvero tanto ancora. La prima domanda che mi è venuta, da occidentale dalla mente inguaribilmente storicista, è stata: possibile che questi colori siano sopravvissuti per tutti questi secoli? Passando sotto al gopuram, dopo una perquisizione paranoica stile aeroporto, leggo che il tempio è stato abbondantemente restaurato negli anni '60 del Novecento, dove probabilmente sono state impiegate delle vernici e degli smalti, che rendono il colore che vediamo oggi tanto sgargiante, addirittura cartonesco.
Il tempio è in realtà un agglomerato di templi, una vera e propria cittadella: i gopuram d'ingresso sono 4, e ognuno dà accesso a una parte del tempio, che assume quindi uno spazio ciclico, non direzionale e policentrico, un labirinto in cui non è difficile smarrirsi.
Di fronte alla porta sud si accede a una grande vasca per le abluzioni rituali, circondata da spalti; durante la nostra visita era vuota e l'aspetto era quello di un'arena abbandonata all'incuria (nemmeno il tempio è immune dalla spazzatura). Addentrandomi nel tempio sono stato completamente rapito dai lunghi corridoi ritmati da possenti colonne, scolpite in una severa pietra scura, dall'aspetto geometrico e spezzato, quasi elementi meccanici. Molte colonne sono vere e proprie sculture di esseri divini e mostruosi (nessuno lo sa con precisione e la guida acquistata all'interno del tempio evidentemente non ritiene necessario sviscerare questi vezzi storicistici occidentali!), dee/donne dai seni sferici, elefanti scolpiti in modo molto realistico, ma con un tratto aspro e uno sguardo audace che mi ricorda alcune stampe giapponesi nei dettagli puntuti dei particolari anatomici e nelle movenze affettate e artificiose, eternate nella pietra scura. Alzando lo sguardo, si notano la parte terminale del capitello e il soffitto dipinti a colori luminosissimi e smaltati, nettamente contrastanti con l'austerità della pietra nuda che costituisce colonne e sculture.
L'atmosfera è satura di suoni e odori di ogni genere, ma prevalgono i rumori della calca dei fedeli oranti, il suono quasi ossessivo della musica diffusa tramite altoparlanti e i profumi dei fiori e degli incensi.
Trovo un corridoio semivuoto, con pochi uomini in preghiera silenziosa di fronte a divinità rinchiuse in cellette, il soffitto nero di pipistrelli; qui mi siedo e raccolgo un paio di idee che butto giù malamente nel mio taccuino, sto per assopirmi. La voglia di visitare il tempio però mi ridesta e mi dà la forza di proseguire verso il suono. Capito in una sala dalla familiare forma basilicale in cui si sta adornando la statua della compagna di Shiva cui è dedicato il tempio. La folla eccitata dalla musica prega rumorosamente, si muove; io cerco riparo e riesco ad appoggiarmi a una colonna, in modo da ascoltare la musica dal suono vivo degli strumenti, tento di evitare il gracchiare degli altoparlanti. Degli uomini stanno suonando due strumenti molto simili a bombarde (non ne conosco il nome, ma hanno un corpo lungo circa quanto un oboe, con la tromba molto svasata e un'ancia doppia, suono aspro e crudo) e un numero indefinito di percussioni. Alcune cose attraggono subito la mia attenzione: il volume altissimo e il ritmo spezzato, non lineare né direzionato, un po' come l'architettura del tempio. Anche qui la danza, il ritmo, l'eccitazione e l'ebbrezza portata da questi sono parte integrante del culto. Ad un certo punto nella “basilica” viene acceso un motore, e la divinità inizia a venir trasportata su una sorta di trattorino in giro per il tempio, seguita e osannata dai fedeli, circondata da una nube mistica al diesel. Frastornato dai suoni e dai fumi del gasolio, decido di non seguire il corteo e torno ad aggirarmi per nuove sezioni del tempio. Ovunque piccoli altari dedicati a questa o quella divinità ospitano donne e uomini in devozione; le espressioni, i gesti, le parole mugugnate a metà, a bocca socchiusa e sguardo perduto sono esattamente gli stessi che si potrebbero vedere alla recita di un Rosario da parte delle persone più pie. Acquisto un libriccino illustrativo sul tempio e continuo il mio peregrinare, fino a trovarmi di fronte a una delle attrazioni del tempio: un vero, vivo e vegeto elefante indiano, che mi lascia completamente di stucco. Non avevo mai osservato da vicino questa bestia primitiva e rugosa, con la sua incredibile proboscide e le zampone dalle unghie candide. Gli occhi sono pressoché umani e trasudano stanchezza e mestizia, circondati da rughe che li fanno sembrare ancor più tristi e malinconici. L'elefante è bardato con un telo rosso ricamato d'oro che ne copre l'intero dorso, la testa è pure adornata ed è incatenato a una gamba, pur nella sua rassegnazione che lo rende tanto mansueto. Lancio un'ultima occhiataccia di sufficienza alle innumerevoli bancarelle che sovraffollano l'interno del tempio, m'immergo per l'ultima volta nelle amate e solitarie fughe di colonne e mi dirigo verso l'uscita, incontrando finalmente gli altri amici. È sera inoltrata, abbiamo atteso invano le 21 speranzosi di poter assistere a uno spettacolo di danza classica indiana, ma purtroppo la nostra attesa è stata vana e le informazioni a riguardo scarse e contraddittorie.
Una buona cena in un ristorantino e una bella doccia ci hanno rimessi in sesto, giusto per continuare l'attività che più ci ha visti impegnati in questo fine settimana, il solito, contagioso, cronico shopping.
Già nel pomeriggio ci eravamo cimentati in un collettivo svuotamento di tasche, facendoci irretire (e anche gabbare) da più di qualche venditore, sarto, bottegaio, ciarlatano: la ben nota facilità degli indiani ad attaccar bottone (pare sia scortese non conversare con il proprio vicino in autobus, e nessuno si fa problemi a sbirciare -o palesemente guardare!- il libro che stai leggendo o le foto che stai scorrendo nel display della fotocamera!) unita al mestiere di venditore diventa qualche cosa di incontenibile, un gioco che all'inizio si accetta, poi purtroppo l'invadenza incessante diviene insopportabile: non solo i bottegai ti chiamano o ti attirano in qualche modo all'interno del loro negozio, ma gli sfortunati a non possedere un negozio nelle immediate vicinanze della cittadella del tempio, mandano i loro emissari che, in modo più o meno garbato, procacciano clienti. A me è capitato con un sarto, un ragazzo della mia età di nome Ganesh (proprio come il dio elefante, portatore di buona sorte) con camicia e dothi bianchi che mi ha condotto nella bottega del padre e, dopo avermi accuratamente preso le misure e avermi fatto scegliere le stoffe, mi ha confezionato due paia di pantaloni e una camicia, il tutto in meno di tre ore. Naturalmente le cose, dopo un po', sono precipitate e, con gli ordini degli altri membri del gruppo per sé, amici e parenti, i sarti sono impazziti e, pur di non perdere il cliente e non contravvenire all'attesa di due/tre ore, si sono messi a fare lavori decisamente più approssimativi.

Un altro tipo di approccio ce l'ha fornito il nostro Inram che, con voce suadente, modi vagamenti conturbanti e dichiarato cinismo da venditore, ci ha condotti nella sua terrazza con vista sul tempio, cui si accedeva casualmente attraversando i tre piani del suo bel negozio. Dopo le foto di una vista quasi a volo d'uccello del tempio, il buon mercante ci conduce nel suo regno e inizia una serie di duelli che ci vedono dapprima titubanti, poi sempre più decisi, fino ad arrivare alla faccia di bronzo: la contrattazione; In India mercanteggiare è d'obbligo ma, almeno personalmente, non credevo fosse un'esperienza tanto elettrizzante, un vero duello cortese che purtroppo conduce in una spirale di acquisti e di cieco desidero di comperare, attirati dai prezzi già bassi per gli standard occidentali e dalla possibilità di abbassarli ulteriormente. Inutile dire che siamo usciti dal negozio un paio d'ore dopo, con le borse piene e le tasche vuote, la mente ancora annebbiata che iniziava a  realizzare e a chiedersi: Ma mi avrà fregato? Ma li vale questi soldi il mio bracciale? Ma mi serviva proprio 'sta scatola?! Come farò a farmi spedire i 5 cammelli berberi che ho scambiato con la mia sorella minore? E così via... fino all'entrata del bazar. Qui il cervello subisce un nuovo, fatale intorpidimento e inebetimento di fronte alle infinite bancarelle e, per quanto mi riguarda, un totale rapimento a causa della struttura del luogo: il bazar si trova all'interno di un tempio sconsacrato, una vera e propria selva di colonne che crea uno spazio rettangolare scuro e vertiginoso, sul cui lato lungo, nella fuga di colonne quasi a perdita d'occhio, s'installano sovraffollate e brulicanti le bancarelle. Il luogo fresco, dall'aspetto ancora sacro ma dedicato a un'attività brutalmente umana, la colonna severa e solenne decontesualizzata e resa parte di una botteguccia di sarto, di arrotino o chissà che altro, mi ha procurato una sensazione di fascinosa decadenza. Qua e là altre statue di elefanti dalle forme adunche.
Mi sono dilungato decisamente troppo, chiedo scusa ai lettori che si sono azzardati sino alla fine del mio disordinato sproloquio, ma descrivere a parole un'esperienza tanto densa di stimoli sensoriali, per quanto breve, è davvero complesso: anche un accadimento minimo quaggiù assume una valenza speciale, perché ci si sente lontani dal proprio mondo e perché è tutto molto diverso da quello cui si è abituati e quasi tutto, pare, segue una sua logica, talvolta spietata, talvolta vincente.


Mauro


3 commenti:

  1. Sei bravo a raccontare, è proprio la complessità degli stimoli sensoriali che si fondono in un tutto così difficile da dipanare che rende l'India così unica...

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  2. Bellissimo!! Grazie Mauro... sembra di esser stati la'!

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