Secondo il censimento del 2011, Virudhunagar è una città di seconda classe.
Non tanto per la sporcizia diffusa, i prezzi dei tuctuc poco trattabili o per la sconcertante assenza dello spruzzino in bagno, quanto perchè vanta una popolazione compresa tra i 50.000 e i 99.999 abitanti. Li puoi trovare tutti in strada.
Nei suoi 73 mila abitanti sono compresi i ragazzi dell'Island of Hope, un altro orfanotrofio gestito da AID India, in cui alcune di noi hanno avuto il piacere di vivere per qualche giorno, e sottolineo: VIVERE.
Il centro è un edificio di quattro piani bianco e azzurro, con davanti un cortile pieno di piante piantine pianticelle e dietro un altro cortile piano di sassi su cui vengono stesi i vestiti ad asciugare. Al piano terra la cucina e una grande sala dove si mangia (se piove); al primo piano le nostre stanze e un'altra grande sala, dove ogni giorno andiamo ad abbeverarci alla brocca mattutina di chai; al secondo piano la grande stanza dove dormono queste piccole donnine mentre all'ultimo piano stanno i ragazzi.
Nonostante siano rigorosamente divisi quando vanno a scuola, mangiano, studiano, meditano o giocano, si capisce subito che formano una grande famiglia.
Vivere insieme ai ragazzi è un'altra cosa.
Sarà anche per l'età, per la maggior padronanza dell'inglese o la minor possibilità di esaurire nel gioco il tempo insieme, ma essere sister invece di m'am si sente: le cose, soprattutto le piccole cose, acquistano un sapore diverso. Stampargli la buonanotte in fronte, rendersi ridicole cercando di imitarle danzare, farsi insegnare centomila parole tamil per poi capitolare di fronte alle loro interrogazioni, arrovellarsi insieme sul loro homework, giocare al fazzoletto con dei marcantoni serissimi fino a due minuti prima, farsi docilmente decorare le mani con l'hennè, comprargli un regalo, salutarli prima di tornare indietro.
Non tanto per la sporcizia diffusa, i prezzi dei tuctuc poco trattabili o per la sconcertante assenza dello spruzzino in bagno, quanto perchè vanta una popolazione compresa tra i 50.000 e i 99.999 abitanti. Li puoi trovare tutti in strada.
Nei suoi 73 mila abitanti sono compresi i ragazzi dell'Island of Hope, un altro orfanotrofio gestito da AID India, in cui alcune di noi hanno avuto il piacere di vivere per qualche giorno, e sottolineo: VIVERE.
Il centro è un edificio di quattro piani bianco e azzurro, con davanti un cortile pieno di piante piantine pianticelle e dietro un altro cortile piano di sassi su cui vengono stesi i vestiti ad asciugare. Al piano terra la cucina e una grande sala dove si mangia (se piove); al primo piano le nostre stanze e un'altra grande sala, dove ogni giorno andiamo ad abbeverarci alla brocca mattutina di chai; al secondo piano la grande stanza dove dormono queste piccole donnine mentre all'ultimo piano stanno i ragazzi.
Nonostante siano rigorosamente divisi quando vanno a scuola, mangiano, studiano, meditano o giocano, si capisce subito che formano una grande famiglia.
Sarà anche per l'età, per la maggior padronanza dell'inglese o la minor possibilità di esaurire nel gioco il tempo insieme, ma essere sister invece di m'am si sente: le cose, soprattutto le piccole cose, acquistano un sapore diverso. Stampargli la buonanotte in fronte, rendersi ridicole cercando di imitarle danzare, farsi insegnare centomila parole tamil per poi capitolare di fronte alle loro interrogazioni, arrovellarsi insieme sul loro homework, giocare al fazzoletto con dei marcantoni serissimi fino a due minuti prima, farsi docilmente decorare le mani con l'hennè, comprargli un regalo, salutarli prima di tornare indietro.
Abbiamo aiutato belle signore a ripulire foglioline di curry, bevuto chai starnutendo in mezzo a sacchettini di garam masala, assaggiato manciate e ditate di street food in fase di preparazione e bruciato incensi come se non ci fosse un domani.
portatemi un po di spezie va! Emi
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