Per scrivere un racconto, per trovare l'ispirazione, dicono basti un viaggio, un taccuino e la descrizione metodica di ogni cosa incontrata per la strada, ogni viso, ogni cane che scondizola. Questa è una citazione, più o meno, che ho sempre immaginato vera. In realtà chi la disse omette il primo ingrediente necessario, ovvero essere scrittore, nascerlo o diventarlo, che racconta le cose per come le vede e per come restano dentro: vere, tridimensionali, che le tocchi e ti si appiccicano le mani.
C'è bisogno di appuntare quello su cui si inciampa per la strada perchè molto si dimentica, molto sembra poco importante sul momento. Molto in realtà non deve scivolare, per questo scelgo una carta doppia, quasi assorbente, ed una penna nera ad inchiostro fisso.
Non deve scivolare via il viaggio dall'aeroporto di Madurai a Sathankulam, la prima impressione di una terra lontana ad oriente, il tragitto sui pulmini che corrono e sembrano sempre schiantarsi con impatti frontali. Tutto intorno, ai bordi delle strade, c'è la gente, gente ovunque, gente ad ogni ora della notte, che cucina e mangia, che lavora, guida, dorme, festeggia. Vite che sembrano milioni e noi a spiarle da un finestrino veloce, come fossimo su uno di quei treni che non fa mai ritorno, che in ogni saluto che fai a ciò che vedi c'è la malinconia di qualcosa che non può tornare, afferrabile solo in quel preciso istante, ma lui non lo sa e ti saluta, in attesa del ritorno.
Non deve scivolare via la sensazione di sentirsi al proprio posto dentro alla semplicità spartana di un materasso su una tavola di legno, nella mensola su cui poggiare i vestiti nuovi, sul tetto di un posto che chiamiamo casa senza alcuna difficoltà. Ieri ci siamo trovati un po' per caso tutti su questo tetto, ed è stato facile decidere che fosse il posto più bello del mondo. Le nuvole scure di tramonto, il vento leggero sui capelli di Anna, i nostri sorrisi puliti di una felicità palpabile.
Non può scivolare via il primo pomeriggio nella scuola orfanotrofio, il coro delle classi piene di bambini che aprono la bocca e cantano con delle voci a noi nuove, eppure antiche. Gli occhi neri, gli sguardi obliqui e la semplicità dei giochi masticati da nomi nuovi. Dire i nomi, dimenticarli e ridirli, pronunciarli nel modo sbagliato, ascoltare il proprio nome con un altro accento, nel modo sbagliato ma mai stato così giusto.
Sono solo due giorni e sono già tante vite.
Daniela
ti penso moltissimo.
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