lunedì 27 agosto 2012

L'avvocato del diavolo


Voglio esprimere, in un articoletto che risulterà certamente antipatico, gratuito e parziale, uno sfogo esclusivamente personale, per dar voce anche ai momenti che hanno segnato picchi di calo verticale dell'entusiasmo di partenza, per segnalare le grosse difficoltà cui un occidentale può trovarsi al cospetto vivendo quaggiù (checché ne dicano guide cartacee e on-line) e semplicemente per fare, appunto, l'avvocato del diavolo, con una punta di malizia nei confronti delle numerose persone che, prima della mia partenza, hanno osannato questo Paese senza se e senza ma e per quanti ne abbiano un'idea idilliaca e idealizzata.
Ci tengo a ribadire che neanche per mezza giornata siamo stati turisti e che la nostra esperienza si è svolta in un villaggio nell'estremo sud dell'India, una briciola rispetto alla globalità del subcontinente.
Inoltre, scrivo a una manciata di giorni dalla conclusione del nostro S.V.E. e, si sa, quando si avverte la fine di qualche cosa (percorso di studio, relazione, sforzo fisico eccetera) le contraddizioni e i dolori si acuiscono esponenzialmente sino a sembrare macigni insostenibili e invalicabili portando qualcuno, talvolta, al tracollo e a cedere all'istinto di mollare.
Per quanti si dovessero chiedere (legittimamente) dove siano i lati positivi dell'esperienza, rimando alla lettura degli altri begli articoli presenti in questo blog: questo è un articolo dichiaratamente negativo e, senza mezze misure, destruens.
Di cose belle e memorabili ne ho viste e vissute in gran quantità, in parte ne ho già scritto e forse ne scriverò ancora.
Non si leggano parole di rabbia cieca, gratuita e immediata ma, ripeto, uno sfogo scritto di getto con limpido senso di accettazione e una certa serenità che voglio esternare, perché ritengo giusto condividere anche quanto di brutto e di negativo si sia provato nel corso di questa esperienza.
Non si leggano nemmeno sensi di rifiuto, ottusità né tantomeno di presunta superiorità nei confronti di questo Paese e questo Popolo: esprimerò esclusivamente giudizi a pelle e di natura estetica, nel senso etimologico del termine.
Dopo questa lunga premessa, scritta per rispondere preventivamente a eventuali critiche (che comunque auspico!), inizio a sfogare il mio senso di saturazione dopo due mesi in Tamil Nadu con due parole, che lascio nell'etere del www come un epigramma:

SONO STUFO

Sono stufo di questo stato di continua indeterminatezza in cui ci si trova a vivere, di non sapere dove, quando e soprattutto se partirà l'autobus che ti serve, di venire a conoscenza di un'evento, di un giorno libero, di uno spostamento soltanto dieci minuti prima, dell'impossibilità di programmare, anche solo a grandi linee, un viaggetto, un fine settimana, un pomeriggio.

Sono stufo del continuo e pressante rumore, dei clacson incessanti e assordanti che ti fanno sobbalzare per strada, che affliggono le orecchie e ammazzano le conversazioni, stufo della musica sparata a volume alto dal cellulare nei mezzi pubblici, delle grida degli alunni che vanno a sostituire gli interventi e le canzoni.

Sono stufo della spiazzante, disperante monotonia del cibo che, per quanto sano e “depuratore”, toglie ogni piacere di prendere nutrimento, dell'onnipresente riso bianco e secco, del fritto trasudante d'olio che impregna la carta di giornale su cui viene servito, della rapidità con cui il pasto viene servito, consumato e sparecchiato, dei dolci extradolci e dei cibi ammazzati (per ragioni igieniche) da quantità industriali di spezie piccanti.

Sono stufo dell'incapacità di comunicare con le persone, del gesticolare incomprensibile, dell'inglese sgrammaticato e approssimativo che sono costretto a parlare per farmi capire, del dover comprimere all'inverosimile concetti e giudizi in motti semplificati per tentare di far passare almeno il nocciolo di quel che intendo dire.

Sono stufo di trovarmi a lavorare all'interno di un sistema scolastico antidiluviano, che non educa i bambini ma li riempie di nozioni approssimative e calate dall'alto, che annichilisce e atrofizza ogni forma di creatività, immaginazione e pensiero libero, rendendo difficile all'inverosimile un'interazione personale; sono stufo di sentirmi sputare in faccia risposte preconfezionate, espresse con una cantilena gracchiante e da cui non traspare alcun residuo di sincerità, di pensiero né di comprensione e di non riuscire a ricevere dell'altro in parole inglesi, tamil, in disegni né in movimenti.

Sono stufo di vedere paesaggi naturali dalla bellezza mozzafiato funestati dalla presenza immancabile e pervasiva dei rifiuti, stufo di vedere bellezze artistiche e architettoniche o semplicemente strutture ed edifici lasciati all'incuria e al decadimento (non decadenza), stufo d'inorridire di fronte alla vista e all'odore di cumuli di spazzatura bruciati per la strada e nei campi, di vedere splendidi templi in pietra naturale o variopinta adornata con lustrini, lucette di natale e vari inserti plastici.

Sono stufo della totale mancanza di riservatezza delle persone, arcistufo di venire apostrofato in continuazione per strada, nei mezzi pubblici e dovunque, della curiosità (per quanto benevola e sincera) di piccoli e grandi che ti rincorrono solo per salutare, toccare e vedere da vicino l'uomo bianco, della smania di far foto o farsi far foto con gli occidentali che a volte raggiunge livelli d'intollerabilità, dell'impossibilità di potersi fare gli affari propri, di essere costretto a ricevere comportamenti servili e accondiscendenti per il colore della mia pelle, residuo agghiacciante di un colonialismo tutt'altro che morto e appartenente al passato.

Sono stufo di vedere un paese dalla storia plurimillenaria scimmiottato e stuprato negli anni dall'invadenza dell'Occidente, vera serpe in seno. Sono stufo di vedere college di ingegneria a ogni paese che, girato l'angolo, è attraversato da rivoli fognari a cielo aperto e cumuli d'immondizia ai lati delle strade e nei corsi d'acqua.
Sono stufo di non comprendere le dinamiche che sottendono alla maggior parte degli avvenimenti in cui mi trovo a vivere.

Queste sono le cose di cui non sentirò la mancanza quando, tra pochi giorni, tornerò al mio Paese, certamente non meno ricco di contraddizioni e dinamiche difficilmente accettabili.

Mauro

5 commenti:

  1. Rischio di apparire politicamente scorretta e dico: "Ti capisco".

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  2. Non capisco cosa ci sia da essere avvocati del diavolo. Sei, siete, siamo occidentali, dopo tre mesi di una cultura diversa e a tratti incomprensibile è normale stufarsi.Io sono tornato da sei mesi,ho avuto modo di rifletterci su. Non ho trovato illuminazioni, mi bruciava il culo ad ogni cagata, ed odiavo le voci femminili dell'assordante musica indian stile.Ma Non Temere! L'avventura sta per finire e potrete comodamente tornare alla rassicurante pulizia sistematica, antibatterica dei guanti in lattice, al silenzio delle città morte, ai cibi pieni di estrogeni ma ricchi di sapori conosciuti e deliziosi, alla terra velenosa (ma tanto i rifuti di plastica non li vedi e allora è tutto più sano), alle dinamiche nevrotiche, al GRIGIO continuo, snervante. Non sei-siete politicamente scorretti. Siete stanchi, occidentali stanchi, con la voglia di tornare a casa, dove quella morbida riservatezza permette di non incontrare gli altri, di stare nel proprio pulitissimo cantuccio ad ingozzarvi di olio d'oliva. Non è un'altra faccia della medaglia,è la solita moneta a cui hai fatto un bagno di cinismo. Goditi gli ultimi giorni di India, e ringrazia per i colori.

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  3. Caro Seba, innanzitutto grazie per il tuo commento.
    Fare l'avvocato del diavolo significa dar voce ad un parere generalmente privo di risonanza o considerato perdente già in partenza ed è esattamente quanto ho fatto scrivendo quest'articolo.
    Sono un occidentale, non l'ho rinnegato per un secondo, ma non sono un occidentale cieco: so guardare quel che accade intorno a me e distinguere cosa sia bene per la mia persona e che cosa non lo sia, non precludendomi nulla e dando sempre una seconda, terza, quarta possibilità.
    Il contesto di cui sento la mancanza non è la città grigia, acerba, solipsistica e asettica di cui hai scritto e, se è questo il contesto in cui ti trovi a vivere tu, mi spiace sinceramente per te, io non resisterei. Sono estraneo alla tua Metropolis come lo sono alle brutture del cibo che hai descritto: mangio perlopiù quello che coltiviamo in casa (dalla verdura ad alcune carni) e i sapori che mi mancano sono quelli puri della verdura scondita, della carne non igienizzata dalle spezie, del vino (magari non in brick) eccetera; cerco di produrre meno rifiuti possibile, di riciclare e di favorire queste pratiche: ritengo che addirittura una discarica, di per sé un mostro ecologico, sia da preferirsi rispetto ai continui incendi di spazzatura che vedo qui, quando questa non viene semplicemente lasciata a sé stessa sul greto di un fiume o ai lati di una strada, uno scempio dietro l'altro in un paesaggio dalla bellezza spesso sconvolgente.
    Non accetto una larghissima parte del contesto in cui vivo: trovo che abbia contraddizioni inaccettabili e una enorme, trabordante massa di marcio, di cui provo una sincera e profonda vergogna.
    Mi fa molto piacere la tua sensibilità per i colori, a modo mio è una cosa che ho enormemente apprezzata, ma io sono molto più sensibile ai suoni e in un paese così pieno di rumori tanto assordanti e pervasivi non vorrei vivere, pur essendo stato più che soddisfatto di averlo vissuto.

    Mauro

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    1. Hai! Questo post assomiglia alle lamentele delle tipe della canzone "Pin Floi" dei Pitura Freska
      trovo azzeccata la definizione di Seba "siete stanchi, occidentali stanchi, con la voglia di tornare a casa" e questo può spiegare e a volte giustificare, le lamentele.
      In Italia Metropolis o Mortopolis, mah, ci postizzerai le tue impressioni quando sarai tornato.

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    2. Mi pare assolutamente scontato di essere un occidentale stanco: sono nato in Italia e il mio post contiene decine di volte le parole "sono stufo"... più chiaro di così!
      P.s.: Anonimi, firmatevi pleeze!

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